Per due anni, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i paesi occidentali hanno provato a salvare il loro rapporto con i paesi del sud, poco convinti della sincerità di tutti i gli inviti al rispetto del diritto internazionale. Ma gli eventi del 7 ottobre e la reazione di Israele hanno vanificato tutti gli sforzi. Oggi la rottura appare consumata e irreversibile. L’opinione pubblica dei paesi del sud (più ancora che i loro governi) ha preso le parti degli abitanti della Striscia di Gaza che muoiono sotto le bombe israeliane ormai da tre mesi, e si rivolge agli occidentali dicendo: “che fine hanno fatto i vostri discorsi sul diritto, sui crimini di guerra e sulla giustizia?”.

È un ragionamento che non tiene conto di una lunga storia tragica, ma resta il fatto che la brutalità dell’offensiva israeliana e le immagini delle vittime palestinesi civili diffuse sui social network, creano una situazione ingiustificabile per chi difende l’Ucraina dall’aggressione russa. Il messaggio unanime degli abitanti del sud del mondo e anche di una parte di quelli dei paesi ricchi (a cominciare dagli Stati Uniti) è chiaro: non potete più permettervi di darci lezioni di morale.

Gli occidentali possono incolpare solo loro stessi. Per decenni, infatti, hanno ignorato la questione palestinese, ritenendola troppo complessa e apparentemente sotto controllo, anche considerando che i paesi arabi stavano ripristinando i rapporti con Israele. Gli statunitensi, che prima del 7 ottobre erano impegnati a orchestrare il riavvicinamento tra lo stato ebraico e l’Arabia Saudita, oggi sono invischiati fino al collo nella gestione della crisi. Il presidente Joe Biden si trova nella scomoda posizione di essere il garante della sicurezza di Israele davanti all’attacco di Hamas, senza però avere la minima fiducia nel leader del paese, Benjamin Netanyahu.

Bisogna davvero impegnarsi per trovare gli appelli europei per un cessate il fuoco

Gli Stati Uniti consegnano a Israele munizioni in abbondanza e assicurano (bene o male) l’equilibrio regionale arginando l’Iran e i suoi alleati libanesi e yemeniti, per non parlare dei due veto sulle richieste di cessate il fuoco alle Nazioni Unite. Per questo motivo, agli occhi del resto del mondo, le critiche statunitensi davanti alla strategia israeliana e al numero di vittime civili risultano del tutto incomprensibili: se non siete d’accordo, perché continuate a dare a Israele i mezzi per andare avanti per la sua strada?

Gli europei sono meno coinvolti (sia in termini di appoggio sia di influenza), ma le loro dichiarazioni di sostegno incondizionato a Israele, sull’onda emotiva del 7 ottobre, stonano con le esitazioni davanti alla reazione sproporzionata dello stato ebraico. Bisogna davvero impegnarsi per trovare gli appelli europei per un cessate il fuoco. Queste dichiarazioni timide e sporadiche non arrivano certo fino ai paesi del sud, convinti che l’Europa scelga sempre un silenzio ipocrita quando le vittime non sono europee.

Gli aiuti umanitari sono importanti, ma non bastano a cancellare la sensazione di una complicità occidentale nella morte dei bambini di Gaza. Gli occidentali potrebbero riacquistare una minima credibilità solo se parlassero seriamente di una soluzione politica e di due stati. In questo senso il primo test non arriverà a Gaza, ma in Cisgiordania, dove la posta in gioco, più che la battaglia contro Hamas, è la colonizzazione e la lotta sanguinosa per le terre e lo spazio (500 morti nel 2023). Prima di trovare una soluzione politica bisognerà risolvere la questione, perché non si può condannare l’espansionismo russo in Ucraina e al contempo tacere sulla colonizzazione della Cisgiordania. Il resto del mondo ci osserva.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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