Per capire quello che sta succedendo tra Israele e l’Iran bisogna fare caso al comportamento dei paesi arabi in Medio Oriente. Per la prima volta diversi di loro hanno preso parte, direttamente o indirettamente, alla difesa dello stato ebraico.

È il risultato di anni di contatti politici, economici ma anche militari incoraggiati dagli Stati Uniti, che hanno superato il primo vero test. La vicenda avrà un peso rilevante nell’equazione mediorientale del futuro, e già oggi è un fattore importante nell’esitazione di Israele davanti alla possibilità di rispondere (o non rispondere) all’attacco condotto dall’Iran attraverso missili e droni.

Un paese arabo è già stato citato: la Giordania, che ha partecipato all’azione collettiva in risposta all’attacco di Teheran. L’aviazione giordana avrebbe distrutto fino al 20 per cento dei missili e droni lanciati dall’Iran. Inoltre, è nei cieli sopra la Giordania che gli aerei statunitensi, britannici e israeliani li hanno intercettati. Ufficialmente la Giordania ha semplicemente difeso il suo spazio aereo, ma nei fatti il regno hashemita, in cui la regina e parte della popolazione sono palestinesi, ha difeso la sicurezza di Israele.

La Giordania non è l’unico paese a essere intervenuto. Citando fonti statunitensi, il Wall Street Journal ha scritto che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero partecipato fornendo informazioni agli Stati Uniti e preso parte alla difesa di Israele. I loro radar e strumenti di raccolta di informazioni avrebbero condiviso i dati durante le ore critiche dell’attacco.

È qualcosa di mai visto, ma non c’è nulla di improvvisato. Tutto questo, tra l’altro, succede in un momento in cui l’esercito israeliano continua la sua impietosa guerra a Gaza, condannato dagli stessi paesi che lo hanno appena aiutato.

Per capire la situazione bisogna tornare indietro nel tempo, ai primi contatti che hanno portato nel 2020 agli accordi di Abramo tra Israele e diversi paesi arabi, come gli Emirati o il Bahrein. Attraverso questi contatti sono stati stabiliti legami di sicurezza, perfino con l’Arabia Saudita, che tuttavia non ha ancora firmato un accordo con Israele.

A marzo del 2022 il generale statunitense Frank McKenzie ha organizzato a Sharm el Sheikh un incontro tra i capi di stato maggiore di Israele e di alcuni paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita e gli Emirati. L’obiettivo era un coordinamento delle difese aeree davanti alla minaccia iraniana.

Non si tratta di un’alleanza formale né tantomeno di una sorta di Nato mediorientale, come ha suggerito qualcuno. È ancora troppo presto per un’evoluzione simile, ma resta il fatto che c’è la volontà d’imparare a lavorare insieme. Il primo test è arrivato lunedì, ed è stato superato.

E ora? La situazione non è affatto semplice. Nessun paese arabo è disposto ad accettare un attacco diretto di Israele contro l’Iran, che rovinerebbe il riflesso di solidarietà emerso negli ultimi giorni grazie agli statunitensi. Inoltre nessuno, ognuno per le sue ragioni, intende chiudere gli occhi davanti alla carneficina di Gaza.

La palla, dunque, passa a Israele, che dovrà fare una scelta: da una parte una reazione con le maniere forti, che provocherebbe un relativo isolamento e una guerra prolungata, dall’altra un processo politico regionale con un passaggio obbligato dalla questione palestinese. Il problema è che dopo il 7 ottobre Israele sembra aver scelto la prima soluzione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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