Il ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio presenta la carta per ricevere il reddito, Roma, 4 febbraio 2019.

Il reddito delle illusioni

Il ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio presenta la carta per ricevere il reddito, Roma, 4 febbraio 2019.
06 marzo 2019 11:06

L’introduzione del cosiddetto reddito di cittadinanza è una buona notizia. L’Italia è uno dei paesi europei con maggiore disuguaglianza e minore spesa sociale per contrastare la povertà. Il governo ha stanziato 5,8 miliardi di euro per il 2019, che diventeranno 7,8 a regime: un bel salto in avanti, rispetto ai 2 miliardi elargiti dal centrosinistra che per primo aveva introdotto un reddito d’inclusione sociale.

Ma le critiche fioccano: è una manovra elettorale, accelerata a rischio di grandi inciampi amministrativi in vista delle europee; è un disincentivo al lavoro o un incentivo al lavoro nero; lascia fuori le famiglie più bisognose; l’assegno è troppo alto; i centri per l’impiego sono inefficienti; è un ricatto; è un aiuto alle aziende più che ai poveri. Critiche più o meno fondate, che possono essere discusse nel dettaglio e magari – per chi pensa che comunque lottare contro la povertà sia una buona idea – portare ad aggiustare o riformare il meccanismo. Ma che non centrano il punto più importante: chi lo paga, il reddito di cittadinanza?

Nella manovra italiana, apparentemente, non lo paga nessuno. Ci si affida all’aumento del debito, per quest’anno e per i successivi. In realtà alla Commissione europea è stato dato in garanzia un rialzo automatico dell’iva, con l’idea di evitarlo contrattando nuovo deficit. Ma sia l’aumento dei debiti dello stato sia quello delle tasse sui consumi prima o poi lo pagheranno soprattutto i poveri. In alternativa, c’è l’idea che lo stesso reddito di cittadinanza faccia crescere l’economia e così si autofinanzi: ipotesi smentita o almeno ridimensionata da parecchi studi.

Tutte queste illusioni servono a eludere il nodo di fondo: si vuole fare una manovra ridistributiva senza ridistribuzione. Tra i democratici statunitensi si discute di alzare le tasse sui redditi più alti, in Francia una parte dei gilet gialli contesta l’abolizione della patrimoniale. In Italia l’argomento è tabù, tra i democratici – che le tasse sui ricchi le hanno abbassate – come tra i cinquestelle per i quali le caste sono solo quelle della politica. La linea è: dare ai poveri senza togliere ai ricchi. Un Robin Hood illusionista, o piatto come la tassa che piace alla destra.

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Questo articolo è stato pubblicato l’8 febbraio 2019 sul numero 1293 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati.

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