L’Eurogruppo si riunisce sabato, quattro giorni per salvare Atene

I margini di tempo per salvare la Grecia dalla bancarotta si accorciano ogni ora di più. L’Eurogruppo dovrà cercare di firmare un accordo sabato, domenica le riforme concordate dovranno essere approvate dal parlamento di Atene e lunedì dovrà votarle i parlamento tedesco. Martedì, 30 giugno, è il giorno della verità: Atene deve pagare quasi 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale e senza il prestito di Bruxelles non può riuscirci

Il Fondo monetario distrugge il compromesso con la Grecia

24 giugno 2015 18:20

Tutto ritorna in gioco. Parliamo della crisi finanziaria scatenata dalla bancarotta della Grecia, che nell’ennesima drammatica giornata caratterizzata da mille incontri, voci e indiscrezioni sembra di nuovo volgere verso un esito catastrofico: il default della Grecia, che potrebbe essere costretta ad abbandonare l’euro, e l’avvio di una pericolosa fase di incertezza in tutta l’eurozona.

In questo momento è ancora in corso il vertice tra il primo ministro greco Alexis Tsipras e i rappresentanti dei creditori: il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il numero uno della Banca centrale europea Mario Draghi e la direttrice generale del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde. Ma a questo punto l’intesa faticosamente emersa lunedì sembra essere travolta dagli eventi. Ci sono certamente le fortissime critiche espresse da ampi settori dello stesso partito del premier Tsipras, Syriza, che potrebbe accettare quelle misure soltanto se i nuovi sacrifici promessi – ben otto miliardi di euro – venissero “compensati” da una forma più o meno mascherata di cancellazione parziale o totale del debito pubblico ellenico. Ma quel che conta è che nella giornata di oggi sia tornato decisamente all’assalto il Fondo monetario internazionale (Fmi). Che ha bocciato totalmente il piano greco, che tutto sommato era stato accettato dai rappresentanti di Commissione europea, Unione e Bce, facendolo letteralmente a pezzi.

Come si può osservare qui, questo è il documento presentato lunedì 22 giugno da Tsipras tra mille tormenti, con sovrapposte in rosso le correzioni, i tagli e le riscritture richieste dai rappresentanti dell’Fmi. Basta dare uno sguardo sommario a questo documento far capire quanto sia enorme la distanza tra le parti. In estrema sintesi, i rappresentanti dell’istituto di Washington – senza il cui accordo, dicono fonti di Bruxelles, non è possibile raggiungere alcuna intesa complessiva – sostengono che le proposte greche del 22 giugno non sono accettabili. Il Fondo non vuole incrementi di imposta sulle imprese e sui profitti, ma ne vuole sull’Iva, eliminando le esenzioni e aumentando l’aliquota sull’elettricità. Non vuole l’aumento dei prelievi temporanei sulle pensioni, ma che siano tagliati in modo strutturale tutti gli assegni dei pensionati. Altre misure proposte per generare nuove entrate fiscali le giudica senza interesse o non credibili. Sono le ricette che conosciamo, le ricette dell’austerità. Un giro di vite che sarebbe indispensabile, fanno sapere fonti del Fondo, perché la Grecia possa generare quell’avanzo primario (ovvero la differenza fra la spesa pubblica e le entrate, esclusi gli interessi da pagare sul debito) necessario a ripagare i creditori.

Il fatto è che lo stesso Fondo – d’accordo con tantissimi economisti, e ovviamente i responsabili politici ellenici – è consapevole che dati gli attuali numeri la Grecia non sarà mai in grado di rimborsare i prestiti che le sono stati dati in passato. Paradossalmente Grecia e Fmi sono d’accordo: senza debt relief, cioè senza che sia definita una cancellazione parziale o totale del debito pubblico ellenico, non c’è via d’uscita. Peccato che il debt relief sia considerato un tabù totale per i leader politici europei: per Angela Merkel, che in questo caso dovrebbe subire una prevedibile insurrezione del gruppo parlamentare del suo partito, la Cdu, ma anche per i capi di paesi molto indebitati (e vicinissimi a elezioni in cui le forze antiausterità rischiano di conquistare grandi consensi) come l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo. In più, lo si è capito chiaramente in queste settimane, nel fronte dei creditori si fa strada una certa insofferenza verso le pretese dei “noiosi” greci, e anche un qual desiderio di vedere l’arrogante Syriza “piegare il ginocchio” e accettare la dura legge dell’austerità. E quello cui si riferisce Alexis Tsipras quando in due tweet

dice che “non è mai successo prima d’ora, neanche con l’Irlanda e il Portogallo, che vengano ripetutamente respinte misure equivalenti”, e che “questa stranezza dimostra che o non c’è interesse all’intesa, o che qualcuno difende interessi speciali”.

Ma se il taglio del debito ellenico non ci sarà, se le “istituzioni” e i creditori vorranno imporre le loro ricette, è molto difficile che il premier greco Alexis Tsipras possa accettare una soluzione che rappresenterebbe il suo virtuale suicidio politico. Prima dell’improvviso stop imposto dai tecnici di Christine Lagarde, si era capito che non sarebbe stata scontata nemmeno l’approvazione parlamentare del pacchetto di misure proposte dalla Grecia il 22 giugno. Che, come ha ammesso lo stesso Tsipras, “sono cosa molto diversa rispetto al programma di Salonicco” con cui Syriza ha vinto le elezioni, ma che comunque non superavano quelle “linee rosse” sulle tasse, le pensioni e i tagli considerate inviolabili dal governo ellenico. Da settimane a Bruxelles e a Berlino si sogna una maggioranza politica diversa a sostegno del governo Tsipras, più malleabile e moderata. Ma per far passare richieste come quelle del Fondo monetario servirebbe qualcosa di più di un cambio di maggioranza al parlamento greco.

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