Un uomo scatta una foto alla polizia israeliana che controlla il corpo di un manifestante palestinese rimasto ucciso durante gli scontri a Gerusalemme, il 14 ottobre 2015.

A Gerusalemme la violenza cresce anche sulla rete

Un uomo scatta una foto alla polizia israeliana che controlla il corpo di un manifestante palestinese rimasto ucciso durante gli scontri a Gerusalemme, il 14 ottobre 2015.
16 ottobre 2015 20:22

Sono le otto di sera in Israele, il tg nazionale manda in onda un servizio che cerca di capire perché dei ragazzi araboisraeliani oppure palestinesi escono in strada con un coltello in mano. Si parla di propaganda e di infiniti modi per sminare l’odio. Contemporaneamente il ministero degli esteri israeliano diffonde online un video rivolto al pubblico europeo. Nel video si vede una conduttrice palestinese che chiede a una bambina di quattro anni cosa vorrebbe fare da grande. La bimba ha la risposta pronta: far esplodere gli ebrei. “Sono i sionisti che vogliamo far esplodere”, la corregge la conduttrice e la bambina sorride. Una scena surreale.

Durante il tg arriva in diretta il discorso di Abu Mazen. Lui non ha dubbi di che è la colpa, puntando un dito accusatorio contro il governo israeliano. Accusa gli israeliani di aver ucciso Muhamad Manasra, un ragazzo palestinese di tredici anni. Il governo israeliano risponde immediatamente precisando che il ragazzo è vivo, anzi è ricoverato in un ospedale israeliano dopo aver accoltellato insieme al cugino quindicenne una serie di persone tra cui un coetaneo israeliano. Anche lui è ricoverato in condizioni critiche. A salvargli la vita è stato un medico araboisraeliano, si chiama Muhamad. “Un Muhamad che accoltella e un Muhamad che salva la vita”, conclude il giornalista. Tutto scandito da ritmi veloci, facce serie, estrema tensione.

La tregua è finita

Tre quarti di giornata sono passati senza attentati, alle sei e mezza di sera il “cessate i coltelli” finisce. L’esercito si schiera in città e un noto opinionista sostiene che si tratta di un errore. Un amico israeliano di Gerusalemme mi scrive: “Qui la situazione è diventata insostenibile, si vede che lui (il giornalista) non ha figli in questa città da mandare a scuola”.

Versioni sempre più contrastanti girano per ore tra i vicoli dei social network. Il luogo non-luogo che in alcuni angoli sembra pericoloso quasi quanto la città reale.

La quantità di materiale che gira in rete è insostenibile. Immagini e video molto più dettagliati di quanto il consumatore di immagini medio potrebbe digerire vengono diffuse e rimbalzano più volte. Le immagini sono sempre le stesse, cambiano solo i titoli e le versioni. L’aggressore e la vittima cambiano ruolo a seconda dell’ideologia e della visione politica: ciascuno può scegliere la propria verità.

Un filmato sul sito di notizie israeliano Ynet spiega come proteggersi da un eventuale accoltellamento attraverso il metodo di combattimento Krav Maga, mentre il gruppo Qudsn che pubblica notizie rivolte ai giovani palestinesi, pubblica sulla sua pagina Facebook – che ha più di 3,6 milioni di follower – un video (rimosso dopo svariate proteste) che spiega come accoltellare un ebreo.

Un uomo del sud di Israele ritira sua figlia dalla scuola materna perché è frequentata anche da una bambina musulmana. La paura e l’odio sono ovunque, mentre una nota blogger israeliana viene minacciata da alcuni follower che la accusano di reazioni troppo deboli.

I mezzi di comunicazione nel mondo se ne occupano poco o comunque troppo poco. “Aspettano un numero maggiore di feriti”, dice un giornalista statunitense che viene intervistato. In Italia la chiamano l’intifada di coltelli mentre in Israele cercano di evitare definizioni. Tanto è una situazione che può essere letta in molti modi, ma alla fine ha un solo nome: una situazione d’inferno.

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