04 ottobre 2020 10:11

Le ultime parole del moribondo personaggio Big Boss del videogioco di Hideo Kojima Metal Gear Solid 4 oggi sono più attuali che mai: “Non si tratta di cambiare il mondo. Si tratta di fare del nostro meglio per lasciarlo com’è”. Sono attuali, ma con qualche aggiunta: la siccità, le foreste in fiamme, il coronavirus, la povertà come risultato della nuova ricchezza. Se vogliamo lasciare il mondo così com’è, dobbiamo cambiarlo radicalmente. Se non facciamo nulla, diventerà presto irriconoscibile. E per ora non stiamo facendo quasi niente: gli accordi contro la crisi climatica mascherano questo nulla.

Un esempio di questo atteggiamento sono gli incendi nell’ovest degli Stati Uniti. Come spiega lo scrittore Mike Davis: “Alla fine degli anni quaranta le macerie di Berlino diventarono un laboratorio in cui gli studiosi di scienze naturali analizzavano la rinascita delle piante dopo tre anni di bombardamenti. Si aspettavano che la vegetazione originaria della regione sarebbe presto tornata. Ma scoprirono che non era così. A predominare erano invece piante arrivate da chissà dove. Nacque un dibattito sulla ‘Natura II’. La tesi era che il calore degli incendi provocati dalle bombe e la polverizzazione delle strutture di mattoni avessero creato un nuovo suolo che favoriva la colonizzazione da parte di piante come l’albero del paradiso, che si era evoluto nel Pleistocene sulle morene delle calotte glaciali. Una guerra nucleare, avvertirono gli scienziati, potrebbe riprodurre queste condizioni ‘ovunque’”. Davis prosegue: “Nel 2009, dopo gli incendi del sabato nero dello stato di Victoria, gli scienziati australiani calcolarono che l’energia rilasciata dalle fiamme era pari all’esplosione di 1.500 bombe di Hiroshima. Gli incendi negli stati americani del Pacifico sono più estesi e la loro potenza è paragonabile a quella di centinaia di bombe all’idrogeno. Dal fuoco emerge una nuova natura sinistra”.

La finta saggezza dei mezzi d’informazione sostiene che le pandemie e la crisi climatica sono fatti della vita e dovremmo imparare a conviverci

Noi in quanto “umanità” non stiamo solo “distruggendo la natura”, stiamo favorendo la nascita di una nuova natura in cui non ci sarà posto per noi. La pandemia di covid-19 non è forse un caso esemplare? Quindi non dovremmo preoccuparci troppo della natura: sopravvivrà, sarà solo cambiata al punto da impedirci di riconoscerla. Poniamoci allora la domanda di Lenin: che fare? Ci sono quattro false soluzioni da evitare come un vampiro evita l’aglio.

Prima, il fatto che siamo davanti a una combinazione di diverse crisi non deve essere una scusa per trattarle separatamente a spese di altre cose, come vorrebbe chi dice che nella lotta alla pandemia abbiamo il diritto di trascurare la crisi climatica o che mantenere l’ordine pubblico è più importante che arginare la pandemia. Le proteste di Black lives matter sono una reazione non solo alla brutalità della polizia ma anche alle ingiustizie economiche; la pandemia è radicata nel nostro rapporto distorto con la natura e così via.

Seconda, non dovremmo concludere che serve un qualche tipo di progresso morale solo perché stiamo affrontando una crisi complessa. Chi è al potere invoca sempre una nuova etica come via d’uscita. Dopo il crollo finanziario del 2008, i personaggi pubblici – dal papa in giù – ci hanno bombardato con inviti a combattere la cultura del consumismo. Anche oggi si sentono voci simili: non bastano interventi economici, solo una nuova etica può salvarci.

La terza falsa soluzione è la finta saggezza dei mezzi d’informazione, secondo i quali le pandemie e la crisi climatica sono fatti della vita e dovremmo semplicemente imparare a conviverci, il che significa abituarci alla “nuova natura sinistra”. Questa saggezza è falsa, perché le infezioni, il riscaldamento globale, e così via, non sono fatti della vita, nascono dalla nostra interazione con la natura e tra noi, basti soltanto pensare a come è cambiato l’inquinamento atmosferico durante il lockdown di marzo e aprile.

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La quarta falsa soluzione è pensare che quello di cui abbiamo bisogno oggi è una chiara percezione di tutte le dimensioni della crisi che stiamo attraversando, e il radicale cambiamento sociale che questa percezione c’impone. L’azione dovrebbe seguire il pensiero. Ma anche i nostri nemici pensano, seppure a modo loro: per esempio, parallelamente alle “zone libere dal covid”, i conservatori polacchi parlano di “zone libere da persone lgbt” che sono già state create in un terzo del paese. Altri associano la pandemia al multiculturalismo, quindi considerano una forte identità nazionale una forma di difesa.

Allora qual è il modo giusto di agire? Se tu, caro lettore o cara lettrice, non l’hai indovinato, non c’è speranza per te. Non dovremmo aspettare un’Azione globale, ma impegnarci in lotte specifiche e coordinarle con altre lotte: per combattere la crisi climatica abbiamo bisogno di tanti Assange, per sconfiggere la pandemia abbiamo bisogno di un’assistenza sanitaria globale, per eliminare il razzismo e il sessismo abbiamo bisogno di cambiamenti economici.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul numero 1377 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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