Alexis Tsipras si dimetterà se dovesse vincere il sì al referendum

Il parlamento greco ha convocato un referendum sul piano di salvataggio proposto dai creditori internazionali per domenica 5 luglio. Entro la mezzanotte del 30 giugno Atene avrebbe dovuto ripagare il prestito da 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale

Una manifestazione a Salonicco, il 2 luglio, a favore del sì per il referendum che si svolgerà domenica. (Giannis Papanikos, Ap/Ansa)

In Grecia è il momento di decidere

Una manifestazione a Salonicco, il 2 luglio, a favore del sì per il referendum che si svolgerà domenica. (Giannis Papanikos, Ap/Ansa)
03 luglio 2015 12:23

Il mio “insolito silenzio” degli ultimi giorni, come ha scritto qualcuno su Facebook, è dovuto al fatto che dal mio arrivo in Grecia per la campagna del no ho dormito poco e lavorato molto. Sono intervenuto a due manifestazioni (la stazione centrale di Atene e il palazzo della metropolitana). È stata una grande esperienza. In programma ci sono diversi interventi nella zona industriale di Moschato e un incontro pubblico a Petruopoli, alla periferia occidentale di Atene.

I lavoratori sentono la pressione creata dall’isteria dei mezzi d’informazione dopo la chiusura delle banche. Molti mantengono una posizione critica sulle concessioni fatte dal governo durante l’estenuante “trattativa”, ma in generale sono convinti della vittoria del no e pensano che la giornata del 6 luglio segnerà un nuovo inizio per il governo di Syriza, con la realizzazione di una parte più consistente del programma elettorale.

Invito tutti quelli che seguono la situazione in Grecia, con il tipico mix di preoccupazione e speranza, a mantenere la calma. I mezzi d’informazione greci sono in pieno delirio, e lo stesso vale per quelli occidentali. Uno dei temi più ricorrenti, oltre all’atmosfera apocalittica creata ad arte, è l’ipotesi che il referendum possa saltare perché il governo ha accettato il piano Juncker e cancellerà il voto. Diffidate di questo tipo di disinformazione.

È vero che alcune iniziative del governo sono state quanto meno ambigue e discutibili, come la richiesta di un nuovo prestito al meccanismo di stabilità europeo e la lettera del primo ministro Alexis Tsipras indirizzata all’eurogruppo. L’obiettivo di questi gesti era di mostrare la buona volontà di Atene e far capire che in caso di vittoria del no si aprirà un nuovo ciclo di “negoziati”. Ma in realtà tutti sanno benissimo che difficilmente questo accadrà e in ogni caso al momento non esiste una reale trattativa. Angela Merkel ha messo in chiaro che prima di domenica non ci saranno sviluppi.

Il principale alleato del fronte del no resta l’atteggiamento arrogante e intransigente dei creditori

In altre parole, entrambi gli schieramenti stanno facendo un po’ di scena. Syriza sta anche mettendo in pratica alcune manovre tattiche, ma questo atteggiamento riflette le contraddizioni interne al governo e allo stesso partito. L’ala “realista”, guidata dal vicepremier Yannis Dragasakis, sta cercando di far passare l’idea che il referendum sia solo una breve (e spiacevole) parentesi conflittuale e che il negoziato ripartirà sulla base delle sostanziali concessioni accettate dal governo prima della rottura. Tuttavia, la posizione ufficiale del governo è che il negoziato ripartirà da zero, e questo significa che tutte le precedenti proposte greche saranno considerate superate.

Il discorso di Tsipras è stato apprezzato e considerato abbastanza sfrontato da superare l’effetto demoralizzante delle ultime proposte, ma naturalmente il principale alleato del fronte del no resta l’atteggiamento arrogante e intransigente dei creditori, che non accettano alcun “compromesso” (nemmeno della peggior specie).

Secondo i sondaggi d’opinione, il no ha un vantaggio di 11-13 punti, ma lo scarto si è ridotto drasticamente da lunedì scorso a causa della chiusura delle banche, delle restrizioni sui prelievi e dei problemi riscontrati dagli anziani nell’incasso della pensione.

Tutto questo ha inevitabilmente creato un’atmosfera di incertezza e paura: esattamente quello che speravano i leader dell’eurogruppo quando hanno deciso di interrompere la fornitura di liquidità. Altrettanto prevedibile è il fatto che il sì sia vicino alla maggioranza solo tra i pensionati e le casalinghe. Tutte le altre frange della società, inclusa quella dei piccoli commercianti, sono nettamente schierate con il no.

A questo punto molto dipenderà dalla capacità di entrambi gli schieramenti di mobilitare la popolazione, e questo vale soprattutto per il no. La manifestazione organizzata martedì dal fronte del sì è stata importante e ben pianificata, ma vi hanno partecipato quasi esclusivamente persone delle classi più alte e probabilmente si è trattato della massima mobilitazione possibile per questo schieramento.

Al contrario, tenendo conto di quanto sia stata improvvisata, la manifestazione del no andata in scena lunedì può considerarsi un ottimo inizio. La campagna sul campo è cominciata e sarà quasi del tutto monopolizzata dal no. La società greca è sempre più spaccata lungo linee di classe, chiare nelle città e più sfumate nelle campagne e nei piccoli centri abitati.

Una vittoria del no esalterebbe i movimenti di iniziativa popolare, ma ancora non possiamo dare nulla per scontato

Il popolo di Syriza è galvanizzato, e il rapporto con l’altra sinistra di Antarsya è ottimo. Allo schieramento del no si sono unite altre forze, dai movimenti sociali a vari gruppi di attivisti. In queste ore sta prendendo forma un “fronte unito”, e questa è un’ottima notizia.

Il problema principale è invece l’atteggiamento del Partito comunista, per il quale si può usare la parola “tradimento” (in generale non mi piace usare questi termini, ma in questo caso sono giustificati). I comunisti presenteranno la loro personale scheda con un “doppio no” (alla troika e al governo, considerati “due facce della stessa medaglia”) una scelta che naturalmente non sarà valida. Probabilmente i comunisti faranno la conta delle loro schede e annunceranno il risultato come un grande successo della loro posizione.

Se vincerà il no in modo netto (scenario che al momento appare probabile anche se non certo) è inevitabile un’escalation del conflitto con l’Unione europea e con la classe dominante all’interno del paese. La Grecia si è già rifiutata di pagare il Fondo monetario internazionale a giugno, e un default formale sarà dichiarato entro trenta giorni. La liquidità e le armi valutarie saranno usate con maggiore decisione. La Banca centrale europea e il Fondo europeo di stabilità finanziaria chiederanno il saldo immediato dei debiti, e a quel punto per Syriza arriverà il momento della “grande decisione”.

Una vittoria del no esalterebbe i movimenti di iniziativa popolare, ma ancora non possiamo dare nulla per scontato. Il risultato finale scaturirà dalla grande battaglia in corso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul sito della rivista statunitense Jacobin Magazine.

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