Duecento anni di solitudine

15 gennaio 2010 13:04

L’Argentina è diventata imprevedibile, un enigma contro cui si scontrano tutte le risposte. Come immaginare il prossimo futuro, i festeggiamenti del bicentenario dell’indipendenza nella nebbia di un paese alla deriva? Le istituzioni sono ancora instabili. A differenza di quanto succede in Cile e in Brasile, quando in Argentina un governo ne sostituisce un altro i tecnici e i funzionari sono sostituiti da persone scelte per affinità con il vincitore di turno e non per i loro meriti. Così crollano progetti elaborati per anni, se ne mettono alla prova altri, e le esperienze accumulate vanno sprecate.

La nazionale di calcio argentina è un’efficace metafora del paese. Ha alcuni dei migliori giocatori del mondo, e i club europei pagano una fortuna per averli. Ma in Argentina non concludono niente: vagano sul campo, dopo aver ricevuto indicazioni contrastanti da troppi allenatori. Tutti hanno in mente la grandezza di una volta. Nessuno sembra rassegnarsi ai limiti della realtà.

Nemmeno i giornalisti sanno mantenere la calma. Se il governo alza i toni, se gli animi si infiammano, i giornalisti fanno lo stesso: si dividono in fazioni, sorde alle ragioni degli altri. Sull’intero territorio poco popolato dell’Argentina si sentono tamburi di guerra. La lotta per conservare il potere o strapparlo agli altri è all’ultimo sangue. Sindacati vicini al governo contro sindacati d’opposizione: picchetti contro picchetti.

Per le strade delle città c’è forte tensione. La giustizia si muove a passo lento, cercando di proteggere le istituzioni. Proprio grazie alla giustizia, il miglior lascito del governo Kirchner non è andato perso nel polverone sollevato dalle risse tra fazioni. Gli imperdonabili crimini della dittatura, i sequestri dei neonati delle recluse, le torture spietate, i voli in cui i prigionieri erano lanciati nell’oceano e nel Rio della Plata, non rimarranno impuniti e non saranno dimenticati.

L’agonia della scuola

Questa ritrovata dignità rende ancor meno comprensibile l’agonia della scuola, vittima di una negligenza impensabile cinquant’anni fa. L’influenza della chiesa, che è sempre stata un forte fattore di arretratezza e intolleranza, è in crescita. Negli ultimi tempi il clero cerca di richiamare l’attenzione sullo scandalo della povertà, ma non ricorda che a causa della povertà centinaia di madri adolescenti muoiono per aborti clandestini e che la mortalità infantile supera il 13 per mille.

Vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi dov’è ora l’Argentina. Da che lato del mondo? L’Argentina è una potenza o un’impotenza, il collo del terzo mondo o la coda del primo? Si è sempre creduto che l’Argentina occupasse un posto diverso da quello che le avevano riservato la geografia, il caso o la storia. Ma il divorzio tra realtà e desideri non è mai stato grande come in questi ultimi sei anni. Già nel 1810 una delle ossessioni argentine era raggiungere la grandezza. Oggi il paese è ossessionato dalla paura della piccolezza. Per evitare il crollo, molti ripetono: siamo grandi, siamo tra i grandi. Peccato che i grandi non se ne siano accorti.

Verso il 1928 l’Argentina aveva più automobili della Francia e più linee telefoniche del Giappone. Alla fine del 1924, il poeta nazionale Leopoldo Lugones affermò che i militari erano gli “ultimi aristocratici” dello spirito e gli chiese di esercitare il loro “diritto di migliori” e di intraprendere delle crociate per imporre un “ordine nuovo”. Le crociate degli aristocratici dello spirito culminarono nella guerra delle Malvine, nei campi di concentramento della dittatura e nei cimiteri dei desaparecidos, e fecero piombare il paese in una situazione disastrosa da cui ancora cerca una via d’uscita.

La maledizione di un paese

Appartenere a luoghi a cui solo l’Argentina crede di appartenere, immaginarsi arbitro, mediatore, fattore decisivo in contese a cui non si è stati invitati: sono queste le antiche maledizioni della nazione, i segnali allarmanti di un destino fuori posto. I paesi del primo mondo si distinguono, in linea generale, per la lotta alla disoccupazione, per la scarsità di mendicanti, per un basso indice di mortalità infantile, per un’istruzione laica, gratuita e obbligatoria. E per i treni: i treni sono un buon indizio dell’andamento di un paese. Chissà perché la modernità si misura attraverso vagoni puntuali, frequenti e puliti.

Molta dell’infelicità argentina nasce da una lezione che la realtà contraddice sempre. Ai bambini si insegna nelle scuole che sono figli di un grande paese, su cui si sono abbattute disgrazie di cui non è responsabile. Non sarà mai facile raggiungere la felicità per un paese che crede di avere meno di quello che merita e che da decenni immagina di essere più di quello che è.

“Come si vive laggiù, in America Latina?”, mi chiese un amico quando tornai in Argentina dopo l’esilio. L’Argentina non era, allora, in America Latina, non era in nessun luogo: né nel continente a cui apparteneva per affinità geografica né nell’Europa a cui credeva di appartenere per ragioni di destino. Era, per così dire, sospesa in aria. La cosa peggiore è che quando dovrà scendere non saprà dove atterrare.

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Claudia Grisanti
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