Tenerife, isole Canarie, 2013.

In vacanza senza papà

Tenerife, isole Canarie, 2013.
19 aprile 2017 17:17

Poco prima di Natale avevo prenotato una breve vacanza a Tenerife insieme a mia sorella e a suo marito, con la sola preoccupazione che papà stesse bene mentre eravamo via. Poi, qualche settimana fa e non del tutto inaspettatamente, papà è morto. E ora che ci siamo lasciati alle spalle lo shock e il funerale, abbiamo deciso di fare ugualmente quella vacanza, non più accompagnati dalla preoccupazione ma da un misto di sollievo e di rimpianto. Anche perché l’ultima volta che siamo state qui c’era anche lui, con noi.

È stato circa cinque anni fa. Si era ripreso dalla morte di mamma meglio di quanto tutti noi ci aspettassimo, ed era abbastanza in forma. Aveva noleggiato uno scooter elettrico per disabili, con cui sfrecciava avanti e indietro sulla via principale, fermandosi ogni tanto in un bar a bere brandy spagnolo. Gli piaceva starsene senza fare granché, in vacanza, a parte mangiare, bere e “guardare il mondo che ti passa davanti”, come diceva lui. E come in tanti altri posti di mare, qui c’è sempre tanto passaggio-di-mondo da guardare.

Il tratto di strada stretta e pianeggiante dove si concentrano alberghi e appartamenti, tra le colline brulle e il mare, non ha niente di pittoresco o di elegante, ma è pervaso di una grande allegria: il semplice piacere di godersi il sole, bere di giorno e non lavorare. Tra i vacanzieri ci sono professionisti dell’abbronzatura con la pelle raggrinzita come quella di un divano in cuoio invecchiato, e quelli con le gambe che non hanno mai visto la luce del sole e che sono, come li chiamava il mio figlio più piccolo, “bianchi come pecorelle”.

Ambiente turistico
Ci sono molti camminatori, come me e mia sorella, e molti anziani in scooter o in carrozzina che hanno scoperto che la pianura è l’ideale e si mescolano volentieri agli hippie locali: una marea di ragazzi bianchi con i dreadlock e la chitarra. Uno di loro canta una versione “alternativa” di I’ve got you under my skin, mentre un altro se ne sta spaparanzato dentro un carrello da supermercato, con una gamba ingessata poggiata sul manubrio.

È un ambiente turistico, e i pannelli fuori dei bar pubblicizzano paella, fajitas, mojitos e “lasagne della casa”. Ma poi, giri intorno a un promontorio e ti imbatti in una striscia di spiaggia nera e rocciosa con un mare pieno di surfisti, dove il profumo di salsedine prende il posto dell’odore di patatine fritte. Ricordo che mentre eravamo qui, papà aveva deciso di comprarsi un paio di scarpe, uguali a quelle che indossava e che aveva comprato, sempre qui, qualche anno prima. E così dopo la spiaggia ci addentravamo per le stradine dell’unico quartiere che potrebbe somigliare a un “centro storico”, alla ricerca delle stesse scarpe leggere di pelle beige o grigia che gli piacevano. E che a quanto pare si trovavano solo a Tenerife.

Quella determinazione la conoscevo bene. L’altro ricordo che mi torna in mente è la sera in cui, durante quello stesso viaggio, ho litigato in modo furiosamente adolescenziale con lui a proposito del bere alcolici dopo cena, e alla fine mi sono alzata e me ne sono andata in camera mia, urlandogli “BUONANOTTE” senza neanche voltarmi. Avevo quasi cinquant’anni all’epoca, eppure riusciva ancora a farmi sentire come se ne avessi 16 e a farmi infuriare come nessun altro.

Una storia d’amore in tempo di guerra. C’è niente che tocchi più profondamente le corde del cuore?

Sul volantino del servizio funebre, però, abbiamo messo una sua foto con la divisa della Raf, a 19 anni, com’era il giorno in cui incontrò mia madre. Erano diventati amici di penna grazie a uno zio che li aveva presentati: mia madre e una sua amica avevano scritto a questo giovanotto solo che si trovava in Giordania per l’addestramento, e ognuna gli aveva mandato una foto. Lui scelse la mamma, e tenne quella foto nel portafoglio per il resto della vita.

Si erano scambiati diverse lettere e quando lui tornò in Inghilterra presero accordi per incontrarsi. Lui arrivò con la sua divisa grigio-azzurra della Raf, emergendo lentamente dalla scala mobile della stazione della metropolitana di Holborn, in cima alla quale l’aspettava lei. E penso al film di Michael Powell ed Emeric Pressburger Scala al paradiso: David Niven con quella divisa, e la scala verso il paradiso. Una storia d’amore in tempo di guerra. C’è niente che tocchi più profondamente le corde del cuore?

Tornata a casa dopo il funerale, ho postato quella sua foto su Twitter. È stato il mio tweet più popolare in assoluto: oltre mille like. Lui ne sarebbe andato fiero.

Be’, in realtà avrebbe detto “Che diavolo è Twitter?” e alzato gli occhi al cielo. Dopodiché ci saremmo messi a litigare. Ma che importa.

(Traduzione di Diana Corsini)

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