16 giugno 2010 00:00

Con una buona penna e molta onestà intellettuale unite a una memoria fedele, i ricordi di esperienze d’insegnamento valgono quanto un buon trattato di didattica e forse di più per far capire dal vivo possibilità e fascino del fare apprendere.

Ci sono casi illustri remoti, come La giovinezza di Francesco De Sanctis o i Ricordi magistrali di Giuseppe Lombardo Radice, o più recenti, come le pagine di Lodi o Starnone, Pennac o Pirsig, o di Teaching as leadership di Steven Farr. A testi simili si aggiunge ora, acclamato dai blog scolastici francesi, Flaubert est un blaireau di Alain Chopin (Éditions dialogues).

Una blogueuse dice: “Finalmente ho capito in che modo un professore guarda noi allievi”. Sì, se il professore è come Chopin. Insegnante di letteratura in un liceo professionale a Lille, Chopin racconta in brevi scene e ritratti d’allievi che all’inizio credeva suo unico dovere preparare accuratamente la lezione del giorno dopo, ruminarla mentalmente e poi servirla in classe. Ma si accorse presto che non bastava.

Scrupolose esposizioni non foravano la corazza d’indifferenza di allieve e allievi. Finché una stagista gli dette l’idea: smontare cattedra e banchi (le cattedre, secondo Lodi, sono ottime stie per allevare pulcini), mettere sedie e alunni in cerchio, lui su una sedia qualunque. Anche i taciturni cominciarono a parlare, a far domande e obiezioni, a discutere dei testi che venivano leggendo. Diventarono protagonisti e scoprirono la letteratura e lo studio.

Internazionale, numero 851, 18 giugno 2010