Nel 1994 Jacques Toubon, ministro della francofonia, ottenne l’approvazione di una legge severissima per vietare l’uso di lingue e parole straniere in Francia. Il consiglio costituzionale ne abrogò per incostituzionalità alcuni degli articoli più feroci e ridicoli, ma la legge è rimasta in vigore, solo qua e là talora violata. E la legge è legge (in Francia).

La ministra dell’università Geneviève Fioraso nella sua proposta di legge di riordino dell’istruzione superiore, da discutere in parlamento a fine maggio, ha previsto invece che almeno in caso di accordi di scambio con università straniere o di attività finanziate dall’Unione europea i professori possano tenere corsi in lingua straniera. La possibilità di derogare al toubonismo, pur limitata, ha suscitato reazioni negative.

L’Académie française ritiene insufficienti le limitazioni alla deroga e teme la

marginalisation del francese nelle università. Reazioni violente sono venute dalla destra dell’Union populaire républicaine, secondo cui Fioraso vende ai mercanti l’università, la scuola e la Francia; e la morte del francese a beneficio dell’inglese americano (e qualcuno aggiunge l’arabo) è alle porte. Le controreazioni sono altrettanto dure e pittoresche. Geneviève Fioraso ha dichiarato che solo con la sua legge si attireranno studenti da India e Corea del Sud: se non la approviamo “nous nous retrouverons à cinq à discuter de Proust autour d’une table, même si j’aime Proust”. Misura e buonsenso non sono ospiti graditi nelle dispute linguistiche.

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