Una risposta comune alla globalizzazione

05 febbraio 2012 10:46

La Gran Bretagna è diventata uno snodo nella produzione globale di auto e motori. Quest’anno saranno prodotti qui da noi un milione e 400mila auto e oltre tre milioni di motori, destinati soprattutto all’esportazione. Ma questi risultati non aiutano molto l’occupazione. La produzione di auto e motori coinvolge infatti meno di 150mila posti di lavoro, un numero in calo lieve ma costante da anni a causa delle moderne tecniche di produzione.

In tutto l’occidente industrializzato c’è la stessa tendenza, che suscita interrogativi urgenti sulla possibilità che l’economia moderna possa davvero creare occupazione di massa decentemente retribuita. È vero: esiste un nucleo duro di aziende manifatturiere che operano in tutto il mondo, ma in un paese come la Gran Bretagna questo crea scarsa occupazione. C’è poi un modesto settore dei servizi che è integrato con le aziende manifatturiere, oppure – come nel caso dei fast-food – genera servizi autonomi. All’infuori di questo c’è tutta una rete di servizi “di scrematura”. Si tratta di broker e agenti vari che operano in una vasta gamma di attività, dall’investment banking ai cacciatori di teste, dagli agenti immobiliari a quelli calcistici: tutti percepiscono una percentuale sulle transazioni, ma aggiungono scarsissimo valore. Si potrebbe chiamarlo “capitalismo agentista”.

A una cena con Steve Jobs, il presidente Obama aveva chiesto al fondatore della Apple se l’azienda più ricca e famosa d’America avrebbe mai riportato negli Stati Uniti almeno una parte dei posti di lavoro che genera altrove. La risposta di Jobs fu: mai. Come l’industria automobilistica britannica, Apple è inseparabile dalle sue reti globali di produzione. Senza la globalizzazione, questa nuova struttura economica e l’andamento delle retribuzioni che a essa si accompagna sarebbero impossibili. Ma c’è un altro risvolto: la globalizzazione, che ha fatto tanto per tanti paesi, è instabile. Poggia infatti su nazioni come Germania, Cina, India e Giappone, che producono il grosso di ciò che passa per le nuove catene dei rifornimenti globali e accumulano surplus commerciali, mentre altri paesi sono oberati dai deficit. Il tutto in assenza di meccanismi che costringano gli uni e gli altri a cambiare comportamento.

Di recente l’ex ministro britannico ed ex commissario europeo Peter Mandelson – che un tempo era un tifoso dei mercati e della globalizzazione – ha dichiarato che, a differenza di quanto fece nel 1998, oggi non si direbbe più tranquillo di fronte a uomini d’affari che si arricchiscono in modo indecente facendo quello che gli pare. E, nel presentare il nuovo rapporto dell’Ippr – un think tank di centrosinistra – ha invocato un rafforzamento della governance globale e un impegno della Gran Bretagna a darsi una vera politica industriale, una robusta rete di welfare e regole serie per le imprese. Altrimenti, ha avvertito, sorgeranno seri dubbi sulla legittimità della globalizzazione e del capitalismo.

Il dibattito però deve andare oltre. Il declino del capitalismo produttivo ad alta intensità di occupazione è più forte soprattutto nei paesi anglofoni, cioè quelli dove è più radicata la convinzione che i mercati siano sempre saggi e non vadano messi in discussione. Si tratta proprio delle economie in cui l‘“agentismo” ha fatto più strada, il settore produttivo si è più ridimensionato e le conseguenti disparità di reddito e di opportunità sono più forti. Tutte le economie hanno il loro settore dei servizi “agentista”, ma negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ha raggiunto dimensioni e retribuzioni eccessive. Le proteste delle classi medie che si impoveriscono e i conseguenti dubbi sul capitalismo moderno rappresentano una messa in discussione non solo dell‘“agentismo”, ma della globalizzazione stessa.

Occorrono meccanismi internazionali che impongano a governi, imprese e banche di rendere conto del loro operato. Per esempio, ciò che colpisce delle proteste contro le misure di austerità in Grecia, in Portogallo e in Irlanda è che sono nazionali. Nessuno ha pensato a collegare quelli che nei tre paesi sono contrari alle misure. Neanche i manifestanti o i sindacati fanno fronte comune. E non si è sentito avanzare nessun suggerimento pratico su ciò che dovrebbe cambiare. I sindacati britannici sono spesso accusati di essere moribondi e sulla difensiva. Ma queste debolezze le condividono con i colleghi di altri paesi. Il movimento Occupy è un inizio, ma è un fenomeno passeggero. Se vogliamo che il mondo disponga di un contrappeso efficace alla globalizzazione, occorrono istituzioni sociali stabili e forti che operino oltre i confini nazionali.

Una potrebbe essere rappresentata da sindacati transnazionali forti, impegnati non già a socializzare i mezzi di produzione globali, ma a pretendere che il capitalismo globale sia responsabile, e a creare strumenti nuovi per ottenerlo. È un sogno? Sarà, ma qualcosa deve pur cambiare. Possiamo scegliere di trincerarci nei nostri confini – e sarebbe un disastro – o di costruire un mondo interdipendente, ma funzionante. In realtà, la scelta è una sola.

*Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 934, 3 febbraio 2012*

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