Piazza Verdi a Bologna.

Un’estate bolognese di decoro e birre calde

Piazza Verdi a Bologna.
22 luglio 2016 12:11

“Ho perso metà dell’incasso da quando c’è l’ordinanza”, dice Polash mostrandomi i riepiloghi di cassa. “Ho una famiglia da mantenere, affitto e tasse da pagare: come devo fare?”. L’ordinanza è quella emessa in maggio dal sindaco di Bologna che impone agli alimentari di chiudere alle 21 e di non refrigerare gli alcolici. Sarà in vigore fino al 31 ottobre 2016, e l’unico modo per ottenere una deroga sull’orario di chiusura è di rinunciare del tutto a tenere alcolici in assortimento.

Il provvedimento firmato da Virginio Merola fa un salto di qualità rispetto a quello dell’anno scorso, limitato ad alcune strade della movida e a tre mesi di durata: quello attuale è esteso a tutta la città interna ai viali di circonvallazione e al quartiere “fuoriporta” della Bolognina, e dura più di cinque mesi. Proprio quelli in cui chi vuole bere in compagnia senza spendere troppo passa le serate in strada comprando birre fresche nei negozietti gestiti da bangladesi, come Polash, o da pachistani. E che ora invece non può più neppure portarsele da casa, visto che il provvedimento prevede anche il divieto di bere da bottiglie di vetro in luogo pubblico. Pena una sanzione fino a cinquecento euro.

L’ordinanza del sindaco è come una birra appena spillata. Sotto c’è la struttura, la sostanza, la base economica. Sopra, la schiuma: narrazioni, retoriche, ideologia. La storia di questa birra comincia nel 1989. Il commercio alimentare a Bologna si allontana dal centro, e ai margini del quartiere periferico di Borgo Panigale Coop inaugura il primo ipermercato. Ne seguiranno, divisi tra le diverse catene, altri cinque; ben più del doppio se si contano i superstore, la taglia intermedia tra supermercato e iper. Negli anni novanta i clienti vengono spinti in macchina dalla novità, dall’ampio parcheggio e dagli sconti irresistibili. Destinazione Ipercoop, Pianeta (Conad) o “da Berlusconi”, come si dice fino a quando Carrefour rileva l’Euromercato di proprietà del Cavaliere.

I colossi dell’alimentare vogliono avere campo libero fin sotto le due torri

Intanto un piccolo esercito di precari giorno dopo giorno porta nelle buche della posta la buona novella: il coloratissimo volantino delle offerte dei centri commerciali. “Tre per due”, “due per uno” eccetera. Ho fatto anch’io quel lavoro: si guadagnava appena più di niente e si giurava vendetta a chi rispondeva maleducatamente al campanello. Per quanto poco remunerativo per me, lo sforzo messo in campo dalle catene commerciali è coronato da successo. Le chiusure di alimentari nel centro storico si moltiplicano, e chi non chiude è ridotto alla marginalità economica. È a quel punto che le attività residue vengono rilevate da cittadini stranieri. In particolare, come detto, da bangladesi.

La fine di quell’era viene ufficializzata nel 2013, quando Coop dichiara di non voler costruire altri iper. Sarebbero troppo “orientati al consumismo”, dicono i dirigenti del colosso cooperativo. La verità è che la crisi erode i consumi e, inoltre, proprio la riduzione dell’offerta commerciale nel centro storico diventa occasione di profitto per gli stessi che l’hanno causata. Così, a pochi metri dagli spogli e quasi sovietici negozi degli esercenti asiatici, si insediano, luccicanti e tecnologicamente avanzati, i minimarket e le superette di Coop, Pam (anche con l’insegna Metà), Carrefour e Conad.

Il Pd e i suoi alleati interpretano da subito docilmente le esigenze della grande distribuzione organizzata (gdo). Negli anni novanta e duemila ne agevolano il movimento centrifugo. Ancora nel 2008, quasi fuori tempo massimo, si scontrano in giunta provinciale attorno a un’ulteriore espansione dei centri commerciali: 140mila metri quadrati in più in dieci anni o 86mila in sei? Queste le opzioni in campo. Oggi, con identico zelo, assecondano la tensione centripeta: i colossi dell’alimentare vogliono avere campo libero fin sotto le due torri (letteralmente: una piccola Coop è a pochi metri dal simbolo della città), e la giunta cittadina colpisce gli esercizi dei bangladesi nelle loro due caratteristiche peculiari: le birre fresche e l’orario serale prolungato.

Fin qui la parte economica della vicenda, ovvero la birra. E la schiuma, cioè l’ideologia? È, naturalmente, quella del “decoro”:

Nelle nostre piazze, spesso vediamo tanti abusivi e tanti negozi, che magari non sono abusivi ma che in ogni caso svolgono un’attività che non dovrebbero fare, che somministrano, danno bottiglie di vetro, danno tutta una serie di cose anche a basso prezzo, non per forza a basso prezzo, ma spesso con un costo accessibile (anche troppo) per ragazzi magari anche minorenni (a volte succede). In alcune zone c’è una densità di presenza di negozi che si chiamano ‘alimentari’, ma che in realtà hanno le vetrine ed i banconi pieni di alcolici. Quindi a meno che uno non si nutra soltanto di rum, direi che è molto difficile dimostrare che questi sono negozi di generi alimentari.

Così l’assessore Matteo Lepore al consiglio comunale dell’11 aprile 2016. A Lepore non sembra importare distinguere tra gli abusivi e chi semplicemente vende ciò che la legge consente di vendere, alcolici compresi. Forse sarebbe imbarazzante farlo, visto che la vertiginosa deregolamentazione del commercio è frutto delle liberalizzazioni di Bersani e del governo Monti sostenuto dal suo partito, il Pd. Ed è fortemente gradita a Legacoop, potere cittadino intangibile e suo precedente datore di lavoro. Così Lepore si mette a moraleggiare sul costo troppo basso degli alcolici e sul “nutrirsi di rum” e, quel che è peggio, ottiene per mezzo di queste considerazioni il voto che rende possibile l’ordinanza.

L’ordinanza è lo strumento del comune per “contrastare l’abuso di alcol e la concorrenza sleale nella vendita, nonché la dispersione di contenitori di vetro”, secondo il comunicato ufficiale. Una triplice barzelletta: l’abbandono del vetro potrebbe essere combattuto tramite meccanismi di cauzione e la concorrenza sleale (benché legale) è prima di tutto quella che i giganti dell’alimentare conducono nei confronti dei piccoli commercianti. E l’abuso di alcol? Be’, mentre si colpiscono gli alimentari bangladesi è possibile continuare a bere nei pub, oppure consumare in strada in bicchieri di plastica quanto spillato nei locali. Basta quindi pagare di più e il consumo dello stesso alcol diventa, ex opere operato, forma legittima di divertimento, passo sicuro verso il “bere responsabilmente”.

A loro volta i gestori dei pub sono infuriati con il comune per la chiusura imposta all’una di notte, ma sui social richiedono a gran voce provvedimenti nei confronti del collettivo universitario autonomo, colpevole di organizzare qualche serata autogestita, e degli ambulanti che vendono illegalmente birre fresche nei luoghi della movida. La lingua della repressione, articolata pacatamente nel palazzo più alto, quando scende in strada si fa gridata. E trova sempre qualcuno che vuole liberarsi dal peso che lo opprime gettandolo su chi è più debole e meno presentabile in società. Abusivi per bisogno e militanti politici radicali sono vittime perfette per una città ossessionata dal decoro e disperatamente in cerca di capri espiatori.

Un perenne restyling urbano

Poi ci sono i giovani consumatori. La loro colpa è quella di bere seduti a terra, di non assomigliare agli hipster delle pubblicità degli aperitivi che si sbronzano (responsabilmente) sotto la guida di bartender acrobatici. Il loro stazionare in gruppo tra vie e piazze, il loro numero, la loro mera esistenza sono un ostacolo alle trasformazioni urbane volute delle amministrazioni Pd e da finanziarie del mattone, catene commerciali e gdo. Ovvero dai proprietari della nostra metaforica birra. Il Pd mette a rischio se stesso continuando a compiacerli, come dimostrano le recenti elezioni torinesi, ma sa di essere schiuma, e dunque nulla senza una birra sotto.

Così continua la sua guerra contro le forme di vita cittadine dai consumi troppo modesti, impossibili da nobilitare o gentrificare. Una guerra che fa uso di armi aggressive e subdole. Multe da cinquemila euro per chi fa pipì in strada, il divieto di “consumare alimenti e bevande in luoghi pubblici o di uso pubblico con modalità non consone al decoro”, quello di bere birre in bottiglia. E poi i cantieri di un perenne restyling urbano, la consegna di una piazza all’arbitrio delle banche che vi si affacciano, lo stesso annunciatissimo decreto contro kebab e minimarket nei centri storici, capolavoro di ipocrisia per la sua apparente equanimità. Che si risolverà, ne sono certo, in una grande opportunità per le catene distributive che investiranno in armonizzazioni estetiche tali da rendere i loro supermercati più medievali di una salsamenteria del quattordicesimo secolo, e sarà invece una tragedia per chi vende kebab e tranci di pizza. E un ulteriore impoverimento per chi li mangia.

Quando lo saluto, Polash sta per chiudere il negozio. La notte bolognese è ben lontana dall’iniziare. Passo qualche ora in un locale, con amici, e qui Merola non viene a sindacare se beviamo responsabilmente o meno. Basta avere qualche soldo in più da spendere e il decoro è salvo. Più tardi attraverso le vie e le piazze frequentate da giovani bolognesi, studenti fuorisede, provinciali calati in città per la serata. Sfiorandoli non posso fare a meno di domandarmi cosa abbia in testa chi amministra, cosa pensi di fare di queste persone. Chiudere in casa chi non sempre ha i soldi per il pub? Deportarle dove non danno fastidio a chi conta socialmente ed elettoralmente più di loro? E dove poi, visto che per ogni angolo di città è pronto un progetto di valorizzazione? La risposta, amico mio, soffia nel vento. E si perde nella schiuma della birra.

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Amira Hass