07 gennaio 2010 00:00

Questo slogan è pronunciato indistintamente dai giovani e dai pensionati, dagli oppositori al sistema e dai fedeli militanti del partito comunista. Tutti sentono che la corda dell’attesa è ormai tesa al limite, mentre i cambiamenti promessi dal governo di Raúl Castro sfumano all’orizzonte.

Non bisogna essere degli indovini per capire dove porteranno la frustrazione e le privazioni materiali della popolazione. Il numero degli emigrati aumenterà, mentre la crisi rafforzerà il mercato nero e la sottrazione delle risorse; gli opportunisti avranno la strada spianata mentre i contestatori si scontreranno contro il muro sempre più impenetrabile del controllo e della censura. Di fronte a prospettive così cupe ci si chiede perché queste parole di speranza siano sulla bocca di tutti. A forza di ripetere questa litania ci siamo convinti che stia per trasformarsi in realtà.

Anche se probabilmente l’anno che è appena cominciato sarà segnato da una serie di calamità economiche, non si può escludere che l’aggravarsi della crisi faccia maturare alcuni fenomeni sociali che spingano all’apertura. La combinazione di crisi materiale, perdita di fiducia in un progetto e invecchiamento dei leader storici produrrà inevitabilmente dei cambiamenti. Insomma, ci sono buone ragioni per avere qualche speranza per il futuro. I più anziani riassumono quest’idea senza tanti giri di parole: “La cosa buona è che le cose vanno sempre peggio”. E lo dicono con le borse ancora vuote dopo un’ora di attesa per comprare delle uova.