03 novembre 2011 00:00

Mariela Castro sorride maliziosamente mentre guarda le vetrine dove le donne offrono i loro servizi nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Mentre suo padre si assenta dal ventunesimo vertice iberoamericano in Paraguay, la direttrice del Centro nazionale di educazione sessuale ammira la zona più allegra della città olandese. Invitata a un congresso sulla salute sessuale, ha parlato anche con alcune donne che si prostituiscono. Ha affermato di essere rimasta colpita dal modo in cui riescono a “nobilitare il lavoro che fanno”.

Eppure le prostitute cubane, che una volta Fidel Castro definì “le più colte del mondo”, vivono in un paese incapace di riconoscere la loro esistenza, meno che mai i loro diritti. Per anni i nostri leader si sono vantati del fatto che la prostituzione era ormai un “flagello del passato”. Ma il turismo di massa degli anni novanta le ha riportate nelle strade con i loro vestiti attillati, sempre più giovani. Erano le stesse che poco tempo prima gridavano nelle scuole: “Pionieri per il comunismo. Saremo come il Che”.

Le retate della polizia, gli arresti arbitrari e le condanne penali hanno fatto diminuire la loro presenza nelle località turistiche. Invece di eliminare la prostituzione, però, hanno spinto nella clandestinità migliaia di donne, che adesso sono sfruttate da qualche protettore. Sono lontane anni luce da quelle donne che Mariela Castro ha visto ed elogiato nel quartiere a luci rosse di Amsterdam.

*Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011*