A Dahuk, nel Kurdistan iracheno, il 24 settembre 2016.

Il voto sull’indipendenza divide anche i curdi iracheni

A Dahuk, nel Kurdistan iracheno, il 24 settembre 2016.
15 giugno 2017 13:26

Sembra che i preparativi del referendum per l’indipendenza dei curdi in Iraq, annunciato per il prossimo 25 settembre, non stiano andando lisci come ci si aspettava, a causa di problemi interni ed esterni al governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg).

A Baghdad alcuni esponenti sciiti del governo pensano che un Iraq senza curdi sarebbe meglio: l’indipendenza del Kurdistan rafforzerebbe il controllo sciita sulla minoranza sunnita. Ma i principali partiti sciiti hanno cercato di convincere le autorità di Erbil a rimandare il voto: ritengono infatti che non sia il momento giusto per parlare del referendum perché è ancora in corso la guerra contro il gruppo Stato islamico (Is).

Il passo verso l’indipendenza dei curdi è stato criticato dai paesi della regione, in particolare la Turchia (che ospita circa 14 milioni di curdi su una popolazione di 78 milioni di persone) e l’Iran (che ha 6,7 milioni di curdi su una popolazione di 79 milioni). Entrambi i paesi, due vicini minacciosi, temono che le minoranze curde sul loro territorio portino avanti iniziative simili.

Per ottenere sostegno a livello internazionale, Massud Barzani, il presidente del Krg, ha mandato alcuni esponenti del Partito democratico del Kurdistan (Pdk) a perorare la causa in vari paesi europei e negli Stati Uniti. Finora, però, non ha ottenuto alcun appoggio: molti governi pensano che in Medio Oriente non ci sia bisogno di versare altra benzina sul fuoco.

Inviati all’estero
Oltre ai problemi esterni, sono nate anche dispute interne. Il figlio del presidente curdo, Masrur Barzani, che comanda i reparti di sicurezza del Krg, ha dichiarato ai membri del suo partito: “Non ascoltate chi si oppone al referendum. Andremo avanti lo stesso”. Suo padre Massud pensa che il referendum abbia il sostegno dell’opinione pubblica, e che quindi non serva l’autorizzazione del parlamento di Erbil né quella del governo di Baghdad. Ma è fondamentale il sostegno di Washington e Ankara.

Il presidente del Krg ha provato a risolvere le differenze tra i principali partiti curdi lanciando dei negoziati. Il partito d’opposizione Goran, che ha 24 seggi in parlamento, ha boicottato le riunioni. Due partiti islamici (che insieme occupano 16 seggi) si oppongono al referendum perché vogliono che prima siano risolti i dissidi interni. Anche il partito cristiano Bet al Nahrain si oppone alla consultazione perché, sotto la minaccia del gruppo Stato islamico, i cristiani sono scappati dai villaggi dell’area a nord di Mosul, che non si sa ancora se faccia parte del Kurdistan o se debba essere amministrata dal governo di Baghdad.

Già prima dei negoziati molti curdi avevano dei dubbi sul referendum perché temono che l’indipendenza sia anche un passo verso il caos. Del resto, il parlamento curdo è rimasto paralizzato per due anni a causa delle divergenze tra i maggiori partiti e non è ancora stata annunciata la data delle prossime elezioni legislative, inizialmente previste per settembre. Come fanno notare alcuni, sarebbe illegale indire un referendum senza l’approvazione del parlamento, perché significherebbe dimenticare tutte le crisi interne.

(Traduzione di Francesca Sibani)

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