30 aprile 2015 17:16
Un bombardamento nel villaggio di Yumurtalik, al confine tra Siria e Turchia, il 23 ottobre 2014. (Bulent Kilic, Afp)

L’ultimo fronte di cui ho scritto è stato Kobane. Erano lì, i jihadisti. A pochi metri. Ma quello che ho visto più da vicino è stato un cadavere: dal mirino di un cecchino.

Sono poi tornata ogni giorno a guardare la battaglia dal confine, dalla Turchia. Ma più che su una collina, mi sentivo in una metafora. Come nella foto di Bulent Kilic. Il bombardamento, l’esplosione, e quel jihadista che corre, piccolo piccolo. È stata scattata con un teleobiettivo gigante. Perché con i sequestri, non abbiamo alternativa. Possiamo solo guardare a distanza.

E i jihadisti, a distanza, non sono che una sagoma nera.

Siamo qui da quattro anni, ormai. E l’unica differenza è che ora, invece che di Siria, ci occupiamo di Siria e di Iraq. In realtà il gruppo Stato islamico (Isis), per noi, non è stato una novità ma un’evoluzione. Rientravamo ad Aleppo, ogni volta, e i vecchi cattivi ragazzi erano adesso bravi ragazzi, perché dall’estero, intanto, era arrivato qualcuno di ancora più estremista.

E così, se all’inizio del 2013 eravamo tutti intimiditi dall’Ahrar al Sham, la prima brigata jihadista, in primavera erano i ragazzi dell’Ahrar al Sham a difenderci da quelli di Jabhat al nusra, i quali presto ci hanno difeso da quelli dello Stato islamico. Il 14 novembre 2013, mentre l’Ahrar al Sham ripristinava l’elettricità, l’acqua, ripiantava gli alberi, all’ospedale Al Zarzous l’Isis decapitava un paziente: stordito dall’anestesia, mormorava versetti sciiti. Solo dopo averlo ucciso, si sono accorti che era uno di loro.

In questi anni, abbiamo visto i combattenti radicalizzarsi passo a passo. Radicalizzarsi insieme alla guerra, e più esattamente insieme al presidente Assad. Perché tutto è cominciato con manifestazioni pacifiche. Ma dai manganelli, la reazione è presto degenerata ai proiettili, e dai proiettili ai mortai; dai mortai agli elicotteri, e dagli elicotteri ai carri armati, e poi i missili, e gli aerei, i gas, fino ai barili esplosivi. Sono contenitori pieni di benzina e tritolo, non costano niente: duecento dollari l’uno, spiccioli rispetto ai 500mila necessari per uno Scud – e quindi grandinano a decine. L’unica linea rossa, qui, in questi anni, è stata la scia del sangue dei siriani.

Li abbiamo visti radicalizzarsi, è vero. Ma insieme alla nostra indifferenza.

Insieme alla disperazione.

Ma chi è davvero, ora, quella sagoma nera? È uno come B., il fondamentalista tedesco che ha promesso di acchiapparmi e sgozzarmi perché ho scritto che i siriani, ad Aleppo, non parlano più di aree liberate e occupate, dell’Aleppo dei ribelli e dell’Aleppo del regime, ma solo di Aleppo Est e di Aleppo Ovest? O magari è uno come I., il tranquillo ingegnere egiziano che mi ha cucinato mille volte la cena preoccupato che vivessi solo di biscotti, e però non capiva perché, se mi avessero rubato lo smartphone, avrei trovato un po’ esagerato mozzare la mano al ladro.

In questi anni, abbiamo visto i combattenti radicalizzarsi passo a passo. Radicalizzarsi insieme alla guerra, e più esattamente insieme al presidente Assad

Chi è quella sagoma nera? Un opportunista come A., che si è schierato con tutti nella sua vita, dal regime all’Isis, ogni volta fedele al potente di turno? O un ragazzo come M., uno che trabocca odio, che trabocca rancore, uno con cui è impossibile parlare, sembra di avere davanti un muro: uno che ha perso letteralmente tutto nella guerra, gli hanno bombardato tutto, ucciso tutti? Uno che non ha più nessuno? Aveva la felpa dei Metallica, quando l’ho conosciuto, era un punk. Magari è come K., il ceceno che combatteva all’aeroporto, quello che era venuto in Siria perché la Russia, che sostiene Assad, gli ha sterminato la famiglia. O forse, all’opposto, è come l’altro K., il mio driver, l’uomo più generoso in cui mi sia mai imbattuta: uno che aiuta tutti, e non ha niente – l’ho visto togliersi la sciarpa, nel freddo, il giubbotto, una volta perfino le scarpe, per tenere al caldo un ragazzino – e a stento ha del pane per i suoi tre figli.

Sarà uno a metà tra l’idealista e l’avventuriero, come M., americano, gran figo, che di islam ne capisce quanto un palo della luce, o sarà invece come L., il giudice, sarà uno che applica la legge e nient’altro, uno che esegue gli ordini, senza troppe domande, e adesso applica la sharia perché gli hanno detto di applicarla, un ragioniere della vita? Sarà come M., l’elegante professore di letteratura che mi spiega il Corano in giacca di velluto, o sarà come il tossico strafatto che è stato trovato morto a Kobane con un pacco di cocaina, mentre gli altri non devono neppure fumare altrimenti dio li fulmina?

Chi è quella sagoma? Uno che non mi parla perché sono una ragazza, o uno che mi stima perché dice che mi batto nelle mie battaglie, a casa mia, che non guardo solo ai disastri nei paesi degli altri?

Bollare il nemico come un macellaio, come uno squilibrato, non ha senso. Ho incontrato molti jihadisti in questi mesi, e onestamente non ho un’opinione precisa, non ancora

Nessuno di noi, oggi, liquiderebbe il nazismo come il semplice prodotto della follia di Hitler. Nessuno di noi ignorerebbe quella relazione tra modernità e olocausto su cui Zygmunt Bauman ha scritto pagine magistrali. Bollare il nemico come un macellaio, come uno squilibrato, non ha senso. Ho incontrato molti jihadisti in questi mesi, e onestamente non ho un’opinione precisa, non ancora. Non ho capito chi sono davvero, cosa vogliono – sono così diversi tra loro. Ma non bombardano con scorpioni vivi, né chiamano casa singhiozzando perché hanno scoperto che al fronte manca il Twix, come ho letto in alcuni articoli. E non mi basta dire che sono terroristi, perché terrorismo è un termine descrittivo, si riferisce alla tattica usata, al causare terrore per indurre a certe scelte, non è un termine esplicativo. Un po’ come il giornalismo, a distanza. Al più è emozione, non è comprensione.

È solo una nuvolona di polvere.

Sono stata embedded con l’Isis un anno fa, ad Aleppo. I giornali, in quei giorni, scrivevano: l’Isis ha conquistato Aleppo. In realtà ad Aleppo i combattenti, quasi tutti, erano quelli di sempre: solo che avevano cambiato bandiera. Perché due mesi prima, in Egitto, Mohamed Morsi, presidente eletto in regolari elezioni, era stato destituito dall’esercito con un colpo di stato, mentre i giornali scrivevano che era in corso una seconda rivoluzione. Immaginiamo il contrario: un presidente eletto in regolari elezioni, destituito da un islamista. Ero a Ramallah, con Mustafa Barghouti, che era impegnato come al solito a mediare tra Hamas e Fatah. Barghouti mi disse: e ora? Ora come convinco Hamas a fissare nuove elezioni? A credere nella democrazia?

In Siria, è stato il momento della frattura tra i jihadisti e gli altri ribelli. Il momento in cui i jihadisti hanno capito che non aveva senso combattere insieme agli altri: che tanto, anche se avessero vinto, sarebbero stati esclusi dal potere. Poco dopo è arrivato l’attacco chimico alla periferia di Damasco. E la decisione statunitense di non intervenire. In Siria è stato il momento in cui i siriani, tutti, indipendentemente da ogni religione, hanno capito di essere soli.

Il momento in cui la guerra ha cambiato natura.

Quelli con l’Isis sono stati i giorni più strani. Indecifrabili. Non era un’imposizione, una forzatura, l’Isis aveva un evidente sostegno popolare. Era un misto di paura, quella paura che i siriani però – dimentichiamo sempre di dirlo – hanno nei confronti di tutti: anche di Assad, anche dei ribelli. Un misto di paura e di sostegno genuino. Un sostegno che era non tanto adesione, perché alla fine chi ha capito cosa si intende per sharia? Sono poche centinai di versetti su più di seimila nel Corano, e interpretabili in mille modi. Quella dei siriani era piuttosto voglia di normalità. Per mesi, i ribelli avevano saccheggiato tutto, smontando e rivendendo la città pezzo a pezzo. L’Isis aveva rapidamente ripristinato l’ordine pubblico. E adesso distribuiva farina, carne, latte, riso, in una città ormai allo stremo, in cui i bambini spegnevano la fame masticando cartone.

Ad Aleppo non ho mai visto un sacco di riso che avesse il logo delle Nazioni Unite. Quando gli elicotteri hanno iniziato a rovesciare barili esplosivi, e i siriani a morire a grappoli, mentre l’Onu proponeva un corridoio umanitario per mettere in salvo i civili, o forse una no-fly zone, o una fornitura di mitragliatrici antiaeree ai ribelli, o magari una risoluzione del Consiglio di sicurezza, o magari niente, perché c’era la guerra in Ucraina, intanto, e non bisognava innervosire la Russia, mentre l’Onu parlava, parlava, e Assad bombardava, bombardava, bombardava, implacabile, ad Aleppo i jihadisti hanno semplicemente rattoppato sei vecchi autobus e organizzato una sorta di navetta fino al confine con la Turchia.

Per un siriano, l’Isis non è l’inglese che mi taglia la testa: è l’autista di quell’autobus.

Dietro la parola califfato, l’Isis non ha una proposta politica precisa. Ed è questa vaghezza la sua vera forza: perché ogni jihadista può crederci, e perché ognuno di noi, dall’altra parte della barricata, può vedere nell’Isis esattamente il nemico di cui ha bisogno.

Ma per quella che è la mia esperienza, esistono due differenze di fondo: tra i civili e i combattenti, e tra i locali e gli stranieri. Gli stranieri, e in particolare i combattenti, sembrano vivere in una sorta di territorio astratto, pronti a trasferirsi altrove, trasferirsi ancora, veterani di mille guerre, e dimenticarsi le macerie che si lasciano alle spalle. Tra i locali invece, in particolare i civili impegnati in attività umanitarie e inizi di ricostruzione, prevale un forte senso di responsabilità nei confronti del proprio paese, del suo futuro, e rimane l’eco della coesistenza, del pluralismo – il ricordo di un vicino sciita, un amico cristiano.

Con una terza differenza adesso: tra la Siria e l’Iraq. Perché l’Iraq è al collasso, l’Iraq non esiste più. Chiunque incontri, ti dice prima il nome della famiglia, della tribù a cui appartiene, poi il nome proprio. In Iraq nessuno è iracheno. In Siria, al contrario, Assad è ancora il perno di ogni discussione, è ancora, per tutti, il nemico numero uno: si è con l’Isis perché si è contro Assad.

L’Iraq è diverso. L’Iraq paga le conseguenze dell’occupazione americana. Delle scelte di Paul Bremer, e poi di Nuri al Maliki, primo ministro fino a un anno fa. Fino alla caduta di Mosul. Per gli statunitensi, il regime di Saddam era il dominio di una minoranza di sunniti su una maggioranza di sciiti. Ovviamente, era tutto molto più complesso di così. Alcuni sunniti sono stati al servizio di Saddam, suoi complici, ma altri sono stati suoi oppositori e sue vittime. Però la soluzione, data l’analisi, è stata privare del potere i sunniti. E quindi la decisione di smantellare l’esercito, lasciando migliaia di uomini, all’improvviso, senza lavoro, senza stipendio: senza nient’altro, in tasca, che un’arma.

In Siria, Assad è ancora il perno di ogni discussione, è ancora, per tutti, il nemico numero uno: si è con l’Isis perché si è contro Assad. L’Iraq è diverso

E poi la rimozione di tutti i funzionari, tutti i dipendenti pubblici legati al Baath, il partito di Saddam, che era un partito come il partito fascista: un partito a cui erano legati tutti. Un’epurazione generalizzata, che ha svuotato uffici e amministrazioni, lasciando il paese senza governo. Ma soprattutto, la decisione di introdurre un sistema politico in cui ogni carica, ogni nomina è su base etnica o religiosa. Il capo dello stato deve essere curdo, in Iraq, il primo ministro sciita, il presidente del parlamento sunnita. Indipendentemente dal consenso, dalla competenza.

L’Isis viene da qui: da scelte che hanno incentivato la divisione. Non è questione di odio tra sunniti e sciiti: è questione di gruppi di potere e bande criminali. Nei campi profughi, trovi famiglie in fuga dall’Isis, ma anche dalla guerra contro l’Isis. Anche perché l’Iraq è un paese in cui i kalashnikov si vendono al mercato, in mezzo alle arance e alle mele.

Soprattutto, è un paese in cui in tanti, la sera, dormono per strada. Ma non sono gli sfollati delle mille guerre di questi mesi: dormono accanto ai distributori di benzina per essere i primi della fila la mattina, perché c’è benzina solo per i primi dieci, venti clienti. L’Iraq galleggia sul petrolio. Però gli iracheni non hanno la benzina.

Non hanno l’elettricità.

A volte, per capire, Marx è più utile del Corano.

La cosa che tutti i jihadisti sembrano avere in comune, senza distinzioni, arrivino da Grozny o da Parigi, è una sola: sono animati da un senso profondo di ingiustizia, di frustrazione. Di esclusione. Esclusione sociale, politica, culturale: dipende dai casi, ma sempre esclusione.

Tutto converge verso una domanda condivisa da tanti in Medio Oriente: ripensare le frontiere, e insieme alle frontiere, il modello di governo, la concezione dello stato. È quello che in occidente temiamo più di ogni altra cosa, temendo l’effetto domino, anche se poi per combattere sul terreno ci siamo affidati proprio ai curdi, che della modifica delle frontiere sono i più ferventi sostenitori. “Per noi che parliamo tutti la stessa lingua, e abbiamo tutti un fratello in Yemen e una zia in Marocco, i confini di oggi, decisi alla fine della prima guerra mondiale con matita e righello davanti a un bicchiere di tè, non hanno il minimo senso”, mi ha detto M. un mese fa. “Anche perché non sono frontiere. Avere un visto, per noi, è un incubo. Sono barriere”.

Tutto converge verso una domanda condivisa da tanti in Medio Oriente: ripensare le frontiere, e insieme alle frontiere, il modello di governo, la concezione dello stato

Suo padre è morto quando lui aveva 14 giorni. “E per mia madre, con quattro figli, l’unico sostegno è stato Omar, un cugino. Qui non è come in Europa, in cui lo stato è al servizio del cittadino. Qui lo stato è Assad che sta chiuso nel suo palazzo presidenziale a curare i suoi affari. Quando sei in difficoltà, non è lo stato ad aiutarti: è la tua famiglia. Per questo, non siamo legati al modello di governo e parlamento. Perché per noi non ha mai contato niente. L’unica cosa che lo stato ha fatto per me è stata arrestare Omar per affiliazione ai Fratelli musulmani, e tenerlo in carcere undici anni. E poi arrestare Abd, il maestro che mi ha cresciuto come un figlio. E tenerlo in carcere per 30 anni. L’unica cosa che ha fatto, lo stato, è stato rendermi orfano tre volte”.

M. era un professore, fino a tre anni fa. Insegnava inglese. Oggi insegna sharia.

Oggi è un leader di Al Qaeda.

L’avevo incontrato perché mi spiegasse di sé, e invece mi ha spiegato di noi. Si è commosso, mentre parlava. Lui così timido, riservato. È la prima volta, mi ha detto, che qualcuno ascolta la mia storia. La prima volta che sento di contare qualcosa.

Mi chiedono spesso se il mio obiettivo, scrivendo tutto questo, è umanizzare gli islamisti. No, per niente. Perché gli islamisti sono già umani. Sono già come noi. E non certo perché io condivida le loro idee. Non ho un’opinione precisa, non ancora. Non ho capito chi sono davvero, cosa vogliono – sono così diversi. Così contraddittori. Come le possibili interpretazioni della sharia. Ed è proprio per questo che sono umani: perché sono complessi. Complessi come l’Iraq in cui sono ora, il paese allo stesso tempo del leader dell’Isis Al Baghdadi e del carcere di Abu Ghraib. Complessi come noi.

Il 9 giugno 2013, in Siria, l’Isis ha fucilato Mohammed Kattaa per avere pronunciato il nome del Profeta in modo inopportuno. Aveva 14 anni. Ma ricordate Madeleine Albright, segretaria di stato americano, quando dei 500mila bambini uccisi in Iraq dalla fame e dalle nostre sanzioni, disse solo che erano il prezzo da pagare? Ci vogliono secoli di civiltà, è vero, decine di Shakespeare e Goethe e premi Nobel, per assassinare senza uno sparo.