Il primo cartello che si para davanti al forestiero che varchi il limite dell’antica cerchia delle mura fiorentine è quello color marroncino, recante un simbolo quadrangolare inscritto in un cerchio, che indica l’ingresso in una “zona patrimonio dell’umanità Unesco”. Cosa significhi esattamente esserlo, oltre al potersene vantare, non è mai stato chiaro fino in fondo alla cittadinanza, tant’è che recentemente si è stupita nello scoprire che include l’essere soggetti a moniti.

In effetti, a tre gradi di ammonimento: un primo avviso, poi la messa in mora, infine l’espulsione dalla lista dei siti. L’Icomos ha infatti da poco richiamato la città, e nei giorni scorsi l’amministrazione comunale ha approvato il cosiddetto regolamento Unesco, volto anzitutto a ridurre in modo deciso la presenza in centro di rivendite di kebab, internet point, minimarket e altri “esercizi di bassa qualità”.

Un regolamento, secondo quanto dichiarato dal sindaco Dario Nardella, in linea con il monito (reso possibile dal testo unico sui beni culturali che permette alle amministrazioni di aree-patrimonio interventi in deroga alle leggi) e dai potenziali effetti positivi, se, come pare, limiterà anche sale slot e licenze alle bancarelle, ma che, a dispetto del nome, non ha molto a che vedere con le questioni messe in luce dal documento Icomos/Unesco.

Al di là di una generica nota sulla pressione del turismo di massa – peraltro inserita al punto sul rischio svendita degli edifici storici – la preoccupazione dell’Icomos parrebbe soprattutto per la Rotonda del Brunelleschi: il documento infatti non menziona minimarket o esercizi analoghi.

Dove permane la vita studentesca, il turismo di massa prende meno spazio e la città respira

La Rotonda, sponda di una piazza mai riqualificata e ormai ridotta a parcheggio, è un buon punto di partenza per ampliare la riflessione, tanto più che l’attigua via degli Alfani, di minimarket, ne ospita una moltitudine.

Se è vero che la diffusione di questi esercizi si accompagna alla scomparsa delle botteghe, entrambi i processi sono frutto di uno svuotamento deliberato del centro storico, che porta risultati nelle zone in cui è funzionale alla logica della “città vetrina” – come in via Tornabuoni, passata da snodo pestilenziale del traffico interno a “zona blu” dei grandi marchi – ma che crea semplice deterioramento dell’ecosistema cittadino dove non è affiancato da un processo di riqualificazione.

Lo stesso complesso di Santa Maria degli Angeli, di cui la Rotonda è parte, e che era un tempo la vitale sede delle aule di lettere, lingue e filosofia, ha visto una progressiva riduzione dei corsi al suo interno, culminata con l’installazione di un tornello – sebbene il giudizio vada sospeso in virtù della programmata realizzazione di una grande biblioteca, che farebbe il paio con quella delle Oblate, la cui resa al pubblico costituisce una delle principali note positive delle amministrazioni recenti.

Certo è che dove permane la vita studentesca, il turismo di massa prende meno spazio e la città, altrimenti soffocata, respira. In tal senso, l’iniziativa più dannosa degli ultimi anni è stata lo spostamento in periferia di varie facoltà: un processo che, oltre a dislocare studenti da chiostri rinascimentali a poli didattici freddi e scollegati dalla vita cittadina – non è un caso che il nomignolo studentesco del Polo delle scienze sociali di Novoli sia Mordor – ha desertificato porzioni di centro storico e ridotto gli affitti regolari in favore delle rendite rese possibili da Airbnb, aprendo il campo alla “città vetrina” nelle zone buone, e al dominio dei minimarket in quelle meno buone.

Ovvio, il quattrocento era meglio…

Una mossa che si è consumata nel corso di amministrazioni precedenti sia alla gestione Renzi sia a quella attuale di Nardella, e che manda quindi in cortocircuito l’approccio alle cose tipico della fiorentinità – quello dell’“era meglio prima”. Un’analisi della Firenze contemporanea va infatti inquadrata in un discorso anche antropologico: per noi che la viviamo oggi, era meglio la Firenze di quindici anni fa, con la sua vitalità di movimento; per quelli della generazione precedente, era meglio quella degli anni ottanta, quando era la capitale del rock; per i più anziani era meglio quando c’era La Pira (e sì che tra le sue due amministrazioni fu smantellato il sistema tranviario, che ora, faticosamente, si va a ricostruire); fino a qualche lustro fa c’era ancora qualcuno a ricordarci che era meglio all’epoca dei futuristi, e certo era ancora meglio quando Firenze era capitale del regno, per non parlare dei tempi illuminati del granduca… E poi, ovvio, il quattrocento! Allora sì che era meglio…

Lo storico cinema Gambrinus diventa un Hard Rock Cafè, la libreria Martelli lascia il passo a Eataly

È un segnale interessante, dunque, se nessuno dice che era meglio l’amministrazione precedente rispetto a quella attuale (considerando Renzi-Nardella un blocco unico, questione su cui torneremo).

Significa, intanto, che la gestione Renzi e il suo spin-off non sono percepite come peggiori di quelle ancora prima (del resto flagellate anche dagli scandali); significa che alcune politiche attuali sono apprezzate pure in prospettiva – è il caso della tramvia, che malgrado i suoi mille intoppi è strategicamente necessaria per una città priva di trasporto pubblico di qualità – ma anche che determinati processi di svuotamento della città e mercificazione del patrimonio artistico non sono percepiti come frutto delle gestioni recenti.

Una posizione curiosa

Lo storico dell’arte Tomaso Montanari, assiduo fustigatore delle politiche cittadine in termini di uso dei beni pubblici, indica nel suo recente libro Privati del patrimonio (Einaudi 2015) il momento di svolta nell’ampliamento della legge Ronchey realizzata da Antonio Paolucci, allora ministro per i beni culturali del governo Dini. Lì sarebbero state gettate le basi per l’ingresso dei privati nella gestione dei beni culturali – e per l’avvento di una certa mentalità: recentemente ha fatto discutere la proposta del nuovo direttore degli Uffizi di togliere i quadri dal Corridoio Vasariano onde permettere il passaggio dei turisti al suo interno.

Turisti in piazza della Signoria, Firenze, maggio 2012. (Simone Donati, TerraProject/Contrasto)

Firenze si trova quindi in una posizione curiosa: da un lato rischia di svendere o sprecare il suo patrimonio – i casi sono molti, sia già in atto (lo storico cinema Gambrinus che diventa un Hard Rock Cafè, la libreria Martelli che lascia il passo a Eataly) sia in prospettiva: dal giardino dei Nidiaci, giunto in donazione con un vincolo di uso pubblico e ora a rischio, al complesso di San Firenze designato a un generico “terziario” (sebbene appaia ormai certo che vi troverà casa la fondazione Zeffirelli), al complesso di Sant’Orsola, tuttora inutilizzato ancorché al centro di una zona della città ormai fatta solo di minimarket, al parco dell’Ospedale di San Salvi, all’ex Meccanotessile (spazio che, in una prima azione volta alla denuncia del suo inutilizzo, fu cantiere della Venere Biomeccanica: pare che vi avrà sede almeno un giardino), fino all’ex teatro comunale che lascerà il posto ad appartamenti di lusso.

Dall’altro, proprio in virtù del suo patrimonio artistico e culturale la città è tornata al centro dei radar al livello globale: un fenomeno che, al netto del tornaconto politico, è stato certamente innescato dall’avvento di Matteo Renzi.

Agli Uffizi Matteo seguiva Angela con le mani in tasca. Era la mimica di chi gira in casa propria

Esattamente un anno fa la vita politica cittadina cominciava con la visita della cancelliera Merkel. Veniva a Firenze, non a Roma: nella Firenze di quel Renzi che – secondo quanto riportato dai giornali – si sarebbe lasciato scappare anche la frase “la capitale d’Italia in realtà è questa”.

Certamente è la capitale dell’Italia di Renzi, e altrettanto certamente sarebbe allora ingenuo parlare di “Firenze del dopo Renzi”. Non è solo questione di interventi del premier nella politica locale – come quando l’attuale sindaco ipotizzava percorsi alternativi per la tramvia e Renzi subito lo smentiva in un’intervista, o come quando il presidente del consiglio si è detto favorevole all’acquisizione di Mukki da parte di Granarolo nonostante in città stesse montando la protesta.

Non essere Roma

Si dimostrerebbe prematura una valutazione del dopo Renzi anche ricordando che mentre lui e Merkel stavano visitando gli Uffizi abbiamo visto Matteo seguire Angela con le mani in tasca. Un gesto che alcuni hanno voluto spiegare come maleducazione, ma che in realtà era qualcosa di diverso, e più sottile. Si trattava della mimica di chi gira in casa propria.

Renzi ha usato, e usa, Firenze – grazie anche alla confidenza con la città che riesce a essudare – come amplificatore e proiettore della sua immagine. Una Firenze, quella di Renzi, che fin dal primo momento ha avuto due compiti da assolvere: rimettere in scena il patrimonio storico, artistico e culturale, e non essere Roma.

Nell’ascesa politica del premier, infatti, la città non è stata solo l’ultimo scalino per il palco grande: collocarvi l’epicentro della propria attività anche quando il salto era già avvenuto è sempre stato strategico per alimentare la sua autorappresentazione come qualcosa di ontologicamente diverso dalla “vecchia politica”.

Se diciamo Roma, tre anni fa come oggi (in un clima di antipolitica se non più galoppante ancora latente) viene subito in mente la Roma dei palazzi.

Firenze, invece, oltre a non essere Roma, tre anni fa presentava l’immaginario del rinascimento ancora non usurato, sebbene usarla come amplificatore non fosse cosa banale: fino al preRenzi stare qua in provincia, lontani tanto dai palazzi della politica quanto dalla borsa di Milano, era uno svantaggio.

L’unico uso che se ne poteva fare era quello che ne ha fatto l’ex sindaco, un uso anzitutto rapido. Sette anni fa, in campagna elettorale, dichiarava “cambierò la città”. Se nei fatti non è cambiata moltissimo – la sua eredità pratica si riassume anzitutto nelle pedonalizzazioni del centro, un gesto naturale, ma che in una città così ferma e bottegaia richiedeva comunque aggressività politica – non si può non ammettere che è mutato il posizionamento della città nell’immaginario collettivo.

Renzi ha sfruttato Firenze per la sua ascesa, ma attraverso di essa l’ha ricollocata al centro della rappresentazione dell’Italia

Le cose che in questi anni hanno cambiato in peggio la città, come appunto l’inseguimento di un assurdo modello “campus”, sono precedenti a Renzi; quelle che la potrebbero peggiorare in futuro, come la costruzione di un nuovo stadio, nonostante l’Artemio Franchi sia un esempio virtuoso di collocazione in un quartiere di un intero sistema di impianti sportivi, saranno eventualmente successive. Restano quelle belle vie sgombre, ma il cambiamento è anzitutto al livello di immagine percepita.

Renzi ha sfruttato Firenze per la sua ascesa, ma per mezzo di essa ha ricollocato la città al centro della rappresentazione dell’Italia. Ciò è frutto di un processo già in atto: il Chiantishire era di moda da un decennio; Under the tuscan sun è addirittura del 1996; le masse ormai di ogni paese stanno scoprendo la cultura enogastronomica e chi viene qui, anche dagli Stati Uniti o dalla Cina, sa di volere vino rosso e salumi toscani.

Ma se Monocle dedica uno speciale a Firenze, se il New York Times fa la stessa cosa e altri giornali seguono a ruota, è sintomo di un riposizionamento radicale: solo una decina d’anni fa venivamo certamente dopo Venezia, Bologna (città in cui i processi di desertificazione culturale sono stati particolarmente efficaci) o Genova, e con realtà come Torino non c’era proprio partita. Oggi quando dici “Italia”, dopo Roma e Milano c’è Firenze.

Pacchetti viaggio

Un risultato, questo, ottenuto da Renzi anche grazie a una rete di contatti sviluppata rendendo considerazione a potentati cittadini ben collegati al livello internazionale e insipientemente esclusi dalle precedenti amministrazioni, e a specifiche operazioni di comunicazione, come quando la fondazione Palazzo Strozzi invitò una selezione di giornalisti stranieri a Firenze, presentandola come città piena di cultura anche contemporanea.

La tomba di Galileo Galilei nella basilica di Santa Croce, Firenze, febbraio 2014. (Simone Donati, TerraProject/Contrasto)

Tutta questa contemporaneità, specie ora che pure la Strozzina è in standby (sebbene la si dica prossima alla ripartenza sotto la nuova direzione di Arturo Galansino), finisce per incarnarsi quasi solo nell’enogastronomia, cosa che rende il pacchetto Firenze – camminare alticci tra palazzi antichi, il giorno dopo infilarsi in un museo e poi andarsene verso la prossima destinazione italiana o europea – non dissimile dal pacchetto Amsterdam: cambiano solo la sostanza assunta dai turisti e il fatto che Amsterdam attira anche artisti da mezza Europa.

Ora, se è ingiusto confrontarla con una città-capitale con il doppio dei suoi abitanti, è pur vero che Firenze, rilanciata nella sua immagine di città della cultura e forte di un turismo in crescita (intorno al 3 per cento sia nel 2014 sia nel 2015), è in realtà debole nella pratica, sprovvista com’è di iniziative di effettivo rilievo, se non internazionale, almeno nazionale, per il mondo letterario, cinematografico, teatrale, legate all’arte contemporanea (e forse anche musicali, vista la situazione ancora complessa in cui versa il Maggio musicale fiorentino, inserito dall’ex supercommissario alle fondazioni liriche Pierfrancesco Pinelli nel gruppo dei teatri con sussistenti squilibri economici).

Il vecchio do ut des, ‘spazio in cambio di tempo’, sarebbe di nuovo la strada più saggia da seguire

La città è del resto sprovvista anche di un assessore alla cultura. Ma una volta svanito l’effetto d’immagine dovuto a Renzi, più che l’assenza di iniziative di peso, si rischia di pagare la mancanza di una produzione culturale radicata, capace d’intercettare e valorizzare le buone realtà esistenti e di attirare capitale umano di valore dall’esterno.

Sarebbe utile chiedersi perché, delle migliaia di studenti stranieri che ogni anno passano a Firenze, nessuno lasci niente né ritorni; utile sarebbe riflettere sul fatto che, se la città agisce come vetrina e non come calamita, è per l’aver scelto di vocarsi al turismo usa-e-getta; sul fatto che non c’è, oggi, alcun laboratorio funzionante se non quelli piccoli, informali e poco visibili che le sparute entità preesistenti si creano per mera necessità di sopravvivenza; sull’assenza di strategie reali volte a legare le molte università estere presenti in città alla vita della medesima.

Certo, prima sarebbe necessario che le istituzioni si facessero un’idea di quale vita culturale ci sia effettivamente a disposizione. La sordità dell’amministrazione in tal senso è apparsa evidente in ambito letterario: era da un secolo che la città non si trovava con una scena di peso, e le istituzioni non hanno fatto o detto niente in merito.

Senza essere così ottimisti da aspettarsi che l’amministrazione realizzi di avere un tesoro in casa e faccia davvero qualcosa, sarebbe stato almeno utile che si cimentasse in un esercizio intellettuale e, risalendo il fiume delle riviste intorno a cui tale scena si è formata, avesse scoperto che nasceva nell’ambito di una serie di esperienze organizzate prima intorno a un’occupazione (quella del Bandone) e poi intorno a uno stabile assegnato in comodato d’uso proprio dal comune, quell’Elettropiù da cui è uscita una parte importante delle esperienze culturali più significative di questi anni.

Un esercizio facilmente iterabile su altre arti e discipline – basti pensare alla Numa crew, pilastro della bass culture europea emerso dal medesimo ambiente – e finanche all’imprenditoria, con la fortunata rete di coworking Multiverso. Anche oggi, un’importante piazza dell’Oltrarno – piazza Tasso – e un altrettanto importante chiostro – Sant’Apollonia – sono stati riportati al centro della vita pubblica, con mercati a filiera corta, iniziative per i bambini ed eventi culturali, dall’azione volontaria di gruppi di giovanissimi legati a spazi autogestiti come quelli di via del Leone e della Polveriera.

In un contesto in cui l’assenza di budget per la cultura è un mantra a cui pare impossibile sfuggire, in cui il coinvolgimento dei privati è presentato come imprescindibile, e dove però gli spazi non mancano, il vecchio do ut des “spazio in cambio di tempo” (chi ricorda le residenze artistiche degli anni sessanta? E sì che una sala del nuovo e ben celebrato Museo del novecento è costituita dai lasciti che esse procurarono) sarebbe di nuovo la strada più saggia da seguire.

In attesa di politiche di larga scala davvero valorizzanti – e magari, chissà, gradite all’Unesco – dei molti edifici del centro storico inutilizzati o a rischio svendita (”volumi zero” era del resto una delle parole d’ordine della campagna elettorale di Renzi e dell’amministrazione che le è seguita) la posta in gioco non è la quantità degli arrivi a Firenze, già più che sufficiente, ma la loro qualità.

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