Biella, novembre 2016.

Biella affronta la crisi delle tessiture con spirito innovativo

Biella, novembre 2016.
11 dicembre 2016 10:40

Nell’età d’oro della lana, il quartiere degli affari era il centro nevralgico di Biella. Qui, tra i palazzoni costruiti negli anni cinquanta per ospitare uffici e sedi di banche e imprese, la buona società locale metteva in mostra la sua opulenza. Oggi che i redditi pro capite rimangono tra i più alti d’Italia solo per i patrimoni familiari accumulati fino agli anni novanta, gli ampi spazi vuoti e le abitazioni in vendita per poche decine di migliaia di euro restituiscono un’immagine da fin d’époque.

Forse è per questo motivo che si rimpiangono i tempi in cui la città si sentiva provincia ricca e cosmopolita allo stesso tempo, al centro dei principali accadimenti politici e storici. Si celebra un personaggio come Giuseppe Ubertini, titolare di uno dei più grandi lanifici della zona, mazziniano e socialista, eretico dolciniano e fondatore di Il Corriere biellese, morto nella grande guerra. Si ricorda come, durante la resistenza, in fabbrica si cucivano le divise dei partigiani e al loro interno si nascondevano gli antifascisti. O ancora come, tra il 1944 e il 1945, nei boschi del biellese industriali e operai siglarono il cosiddetto Patto della montagna, che divenne il modello per tutte le successive contrattazioni nazionali dopo la liberazione. Tra le misure previste, un salario uguale per tutti, le 40 ore di lavoro settimanali e la maternità retribuita.

Con il boom economico del dopoguerra la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della città-fabbrica e di quella monocultura industriale che spinse Cavour a definirla “la Manchester italiana”, con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia.

“Quando sono arrivato qui, tutti parlavano di come si stava meglio quando si stava meglio”, dice il disegnatore Andrea Dalla Fontana a Beppe Anderi e Lorenzo Pellegrini nel documentario 1976-2016 Testimoni di un anniversario, presentato all’ultima edizione del premio Letteratura e industria, un riconoscimento dal sapore novecentesco ma unico nel suo genere in Italia, che quest’anno ha premiato il saggio L’Olivetti dell’ingegnere (Il Mulino) di Paolo Bricco.

Un ex lanificio, Biella, novembre 2016.

Il declino, lento, è cominciato ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino. Il ridimensionamento è stato brutale: gli impiegati sono scesi a 12mila e le imprese a 700, ponendo fine al mito della disoccupazione zero: nel 2015 ha superato il 10 per cento, mentre quella giovanile è arrivata al 27 per cento.

La tv che anticipò Berlusconi
Per Peppo Sacchi, un ex regista della Rai che agli inizi degli anni settanta inventò la prima tv privata italiana anticipando di un decennio Silvio Berlusconi, la crisi di Biella non è stata dovuta solo all’apertura delle frontiere e al rallentamento globale dell’economia. “Questa è la città delle occasioni mancate”, esordisce. Tra queste, annovera il mancato sostegno alla sua pionieristica impresa: se ci avessero creduto, sostiene, forse oggi ci sarebbero più strumenti, anche culturali, per ripensarsi e stare al passo con un’economia in profonda trasformazione. Tele Biella era una tv letteralmente fatta in casa: la prima trasmissione, il 6 aprile del 1972, avvenne dalla loro abitazione con un videoregistratore portatile. La prima ad andare in video fu la moglie Ivana Ramella, che oggi dice: “Volevamo coprire il buco nell’informazione locale, che la Rai all’epoca non aveva”.

“Avevo in mente la mia infanzia in provincia di Pavia, quando la sera, dopo il lavoro, la gente tirava fuori di casa le sedie e si sedeva per strada a discutere dei fatti politici”, racconta Sacchi, che ancora insegna giornalismo televisivo ai giovani biellesi. A collaborare arrivarono Enzo Tortora e il cantautore Bruno Lauzi, Cino Tortorella e un debuttante Ezio Greggio. La rete americana Nbc dedicò un servizio ai “pirati dell’etere” di Biella e in breve tempo il caso della tv con sede in un sottoscala che insidiava la Rai si tramutò in un affare di stato.

Esaurito il modello del ‘distretto industriale’, oggi la parola d’ordine per sopravvivere sui mercati globali è ‘alta qualità totale’

Il ministro delle poste Giovanni Gioia gli fece tagliare i cavi e per questo il segretario del Partito repubblicano Ugo La Malfa tolse la fiducia al primo ministro Giulio Andreotti, provocando una crisi di governo. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, la corte costituzionale diede ragione alla prima e unica rete privata italiana, ma quando si ricorda a Peppo Sacchi che la sua battaglia ha spianato la strada all’ascesa mediatica di Silvio Berlusconi, lui non trattiene un moto di stizza, quasi si sentisse usurpato della primogenitura.

Il fondatore di Tele Biella lamenta la scarsa lungimiranza degli industriali locali: quando le cose andavano bene, dice, “si pensava solo a produrre e si lavorava come matti dalla mattina alla sera”. Parole che riportano alla mente la battuta raccolta da Giorgio Bocca nel gennaio del 1962 tra i tavolini dei bar di Vigevano, al tempo di quel boom calzaturiero che, come aveva già scritto Lucio Mastronardi nel romanzo d’esordio Il calzolaio di Vigevano, stava trasformando migliaia di “scarpari” in “industrialotti”: “Come faremmo a essere la capitale della calzatura se perdessimo tempo dietro alla cultura?”.

La fine della belle époque del capitalismo laniero
Esaurito il modello del “distretto industriale”, che aveva consentito dagli anni settanta di superare la fine della grande fabbrica fordista spalmando la produzione in una miriade di piccole e medie imprese sul territorio, oggi a Biella la parola d’ordine per sopravvivere sui mercati globali è “alta qualità totale”: dalla scelta delle materie prime alle diverse fasi della lavorazione, si garantisce uno standard che non è possibile trovare altrove.

La città ancora una volta prova a rivendersi quello che sa fare meglio. Gli ultimi dati hanno un sapore agrodolce: a Biella si produce ancora il 40 per cento dei tessuti d’alta moda fabbricati nel mondo e l’Istat ha certificato una crescita dell’1,6 per cento delle esportazioni nel secondo trimestre del 2016, grazie all’incremento delle vendite verso Austria, Corea del Sud, Francia, Regno Unito e Romania. Viceversa, è calata la domanda dalla Svizzera e dagli Stati Uniti, il numero di imprese continua a calare e con la deflazione pure i salari segnano il passo, tanto che a ottobre, dopo vent’anni, è stato registrato il primo sciopero del settore.

A reggere il “sistema Biella” sono soprattutto grandi marchi come Zegna o Cerruti, eccellenze del made in Italy da esportazione. Ma pure in questo caso non è tutto oro quel che luccica: nel luglio scorso lo stilista Nino Cerruti, proprietario dello storico lanificio di famiglia, ha annunciato con le lacrime agli occhi ai suoi dipendenti un piano di ristrutturazione, con cassa integrazione, prepensionamenti, part-time e flessibilità. La belle époque delle grandi famiglie del capitalismo laniero biellese pare arrivata al capolinea e l’impressione è che in una città dove gli industriali del tessile fin dagli inizi del novecento hanno costruito ponti e ferrovie, asili e scuole, garantendo lavoro e un pezzo di welfare cittadino, ora non si sappia più a quale santo votarsi.

I neoolivettiani della Edilcasa
Un’idea per ripensarsi l’ha fornita Michelangelo Pistoletto. Il massimo esponente dell’arte povera, nato da queste parti, ha recuperato un ex lanificio ottocentesco e ne ha fatto un centro multiculturale. All’interno della Cittadellarte, magnifico esempio di archeologia industriale riconvertita da fabbrica di tessuti a fabbrica di idee, oggi si affronta il tema della “trasformazione sociale responsabile” e alcuni spazi sono dedicati ai giovani che hanno intenzione di impiantarvi una start up. Pure la Banca Sella sostiene nuove iniziative legate al digitale o all’innovazione sociale. A Casa Torrione, a meno di un chilometro dal quartiere degli affari, ci sono una sede di Slow Food e una della Banca Etica, un’agenzia di turismo responsabile, uno spaccio di prodotti provenienti da orti urbani, un gruppo d’acquisto solidale, una scuola di economia popolare, alcuni alloggi per senzatetto gestiti dalla Caritas e un centro di accoglienza per donne.

Un ex lanificio, Biella, novembre 2016.

Soprattutto, qui ha stabilito il suo quartier generale la cooperativa Edilcasa, un gruppo di architetti, ingegneri e manovali che hanno investito 85mila euro per restaurare il palazzo e farne un “condominio solidale”.

“Hai mai visto un’impresa edile rimanere in un edificio che ha ristrutturato?”, esordisce Andrea Mondin, un ex operaio metalmeccanico che ha rilevato l’azienda del padre per trasformarla radicalmente. “Quando è andato in pensione lavoravo per una multinazionale a Novedrate e mi sono detto che non potevo vivere una vita in una prigione”, racconta. Ha convinto un amico geometra, Pacifico Dal Molin, a entrare in società con lui e insieme hanno fondato un marchio, Build different, specializzandosi nella ristrutturazione edilizia.

Hanno coinvolto persone con competenze diverse e fondato la cooperativa sulla base del principio “il business non è uno stile di vita”, hanno flirtato con il movimento della decrescita e infine hanno abbracciato le teorie dello scrittore austriaco Christian Felber, uno dei leader del movimento Attac e fondatore dell’Economia del bene comune, una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo.

Pensano a dare un lavoro ai giovani come ‘venditori di ecologia’, coinvolgendo gli studenti dell’alberghiero in un progetto per l’accoglienza di qualità

Per questo ogni anno presentano un bilancio sociale nel quale al primo posto ci sono l’etica e la trasparenza, adottano i princìpi della permacultura, vale a dire l’utilizzo delle tecnologie al servizio dell’uomo e della natura, ristrutturano le abitazioni riutilizzando tutti i materiali e usando solo legno e pietra, coinvolgono i proprietari nell’ideazione, portandoli perfino a scegliere il legno nei boschi.

Il loro fiore all’occhiello è quello che chiamano Edificio Passivo: una casa autosufficiente dal punto di vista energetico, senza riscaldamento ma in grado di mantenere la temperatura in qualsiasi periodo dell’anno tra i 19 e i 22 gradi. Ne hanno costruita una in montagna, a 800 metri di altitudine, e ne è venuto fuori un gioiellino di bioedilizia.

Ma la loro attività non si ferma qui: hanno costituito una “comunità del cibo e del castagno”, progettano un asilo nel bosco, sviluppano progetti di agricoltura sinergica e pensano a dare un lavoro ai giovani come “venditori di ecologia”, abbandonando il volontariato puro dei gruppi d’acquisto e coinvolgendo gli studenti dell’alberghiero in un progetto per l’accoglienza di qualità. La loro potrebbe sembrare un’utopia, ma se si guarda alla sostenibilità economica si capisce che non è così: la Edilcasa ha un giro d’affari annuo di quattro milioni di euro.

Oggi sono tra i pochi, a Biella, ad affermare che “bisogna liberare il territorio uscendo dall’economia del tessile”. Pure loro ammettono di aver trovato un punto di riferimento nel passato: “Da queste parti abbiamo avuto una grande lezione, quella di Adriano Olivetti”, che attorno alla fabbrica di calcolatori elettronici ereditata a Ivrea dal padre Camillo sviluppò un movimento civico e arruolò intellettuali di prim’ordine, su tutti lo scrittore Paolo Volponi, che fu capo del personale in un’azienda che alla morte del suo leader contava 36mila dipendenti, e il poeta Franco Fortini, che inventò il nome della Lettera 22, la più celebre macchina da scrivere del mondo. “Occorre capire il nero di un lunedì nella vita di un operaio, altrimenti non si può fare il mestiere di manager”, diceva.

A Casa Torrione provano ad applicare una sorta di modello neolivettiano: un comunitarismo rivisto e aggiornato nel quale far convivere lavoro, cultura e ambiente. Senza nostalgie per un seppur glorioso passato.

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