Attraversando l’estuario del fiume Naf, che per 35 chilometri segna la frontiera tra la Birmania e il Bangladesh, le barche devono scivolare silenziose e leggere. Il fiume si allarga in un braccio di mare che corre lungo il distretto di Cox’s Bazar, in Bangladesh, e lo stato birmano del Rakhine, e le barche di chi scappa si confondono con quelle di chi pesca.

Al di qua del confine, pochi chilometri più a nord, ci sono i campi profughi risorti come funghi dal 9 ottobre scorso, quando nel Rakhine è cominciata una violentissima repressione contro i rohingya, una popolazione molto simile a quella bengalese e omogenea per lingua, tradizioni e religione. Dall’altra parte, in Birmania, c’è l’area di Maungdaw, l’estremo nord del Rakhine, un tempo Arakan. È da qui che si scappa al ritmo di cento, duecento, cinquecento persone al giorno. “Il picco sembra sia stato raggiunto in questi giorni”, dice un funzionario addetto ai campi profughi, “e adesso pare stabilizzato. Ma non sappiamo se è perché l’emergenza è finita, oppure se al di là della frontiera c’è ancora chi aspetta il momento migliore per andarsene”.

L’emergenza è cominciata dopo l’assalto, in ottobre, a tre posti di frontiera dove sono stati uccisi nove poliziotti birmani. I militari birmani, che accusano dell’assalto gli indipendentisti rohingya, hanno sigillato la frontiera del Rakhine e cominciato una repressione feroce e senza testimoni, se non le loro vittime: incendi, stupri, omicidi, arresti e tortura. Anche alle organizzazioni umanitarie è stato vietato l’accesso sia ai nuovi sfollati, sia a chi già si trova da anni nei campi allestiti nel Rakhine, dopo essere sfuggiti alle persecuzioni cicliche contro questa minoranza ritenuta un corpo estraneo.

Una mano pesante
La voglia di cercare fortuna e speranza oltre confine data da decenni. Ma adesso è un’esigenza. Una scelta obbligata per sfuggire alla mano pesante di un governo che dice di ispirarsi alla compassione buddista. Una mano pesante che, secondo alcuni osservatori, avrebbe anche ragioni economiche, dopo che il governo birmano ha reso disponibili, nell’ovest del paese, più di un milione di ettari di terra utilizzabili per grandi progetti di sviluppo agricolo. Un’operazione di land grabbing che ha messo gli occhi anche sulle aree abitate da chi non ha le carte in regola per dimostrare il possesso della terra. Come la popolazione rohingya.

A Cox’s Bazar, dove ha sede il vicecommissario bangladese incaricato per la questione rohingya, sono stati chiari: nei campi non si entra

È il giorno di Natale quando arriviamo a Cox’s Bazar, la Rimini del Bangladesh con la spiaggia più lunga del mondo: più di 120 chilometri di sabbia bianca e finissima circondati dalla foresta. Incontaminata e deserta per chilometri, la spiaggia davanti a Cox Bazar, nella piccola enclave di Kolatoli, è invece superaffollata. Migliaia di turisti locali e alberghi per tutte le tasche: cinque stelle per l’élite, mezza stella per i subalterni e – a metà – una scelta infinita per la classe media. Ci si diverte a trenta chilometri dalla sofferenza. Ce ne vogliono una ventina e mezz’ora di strada per raggiungere Ukhya da Cox. Il terminal è un colorato bazar di piccoli e grandi mezzi di trasporto usati per raggiungere l’interno del paese. Per tutte le borse e a qualsiasi orario. La strada corre lungo risaie solo a tratti interrotte da una foresta che di primario ha ormai solo il nome ed è aggredita per il poco legname che resta o per sottrarle l’ennesimo metro quadrato di terra coltivabile.

Il paesaggio è puntellato di colline basse, contadini chini e, lungo la strada, donne accucciate il cui velo, plissettato con eleganza, forma una sorta di niqab in versione bangladese. A Ukhia, un caotico mercato lungo la strada principale, s’intravedono le prime persone vestite in modo approssimativo e con abiti troppo larghi. Si aggirano senza comprare nulla tra i banchetti della cittadina ai margini di uno dei due campi profughi gestiti dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), a cinque chilometri dal centro. A Cox’s Bazar, dove ha sede il vicecommissario bangladese incaricato per la questione rohingya, son stati chiari: nei campi non si entra.

Forze di sicurezza bangladesi lungo il fiume Naf, alla frontiera tra la Birmania e il Bangladesh, il 3 dicembre 2016. (A.M. Ahad, Ap/Ansa)

Del resto non si sa nemmeno quanti siano i “campi informali”. Due sono quelli dell’Unhcr, dove l’agenzia dell’Onu cerca di definire lo status di gente che di documenti non ne ha mai avuti. In Birmania i rohingya sono senza documenti per legge: per i burocrati di Rangoon e Naypyidaw sono immigrati bangladesi clandestini da generazioni. Una minoranza che non ha diritto, come tutte le altre, di avere una rappresentanza politica. Vivono in uno stato che è un’enclave mal tollerata e sono fantasmi la cui vita è in prestito. Chi arriva di qua, dunque, è solo un fantasma incarnato in un altro paese dove non ha diritti, se non quello a un’ospitalità e a un’accoglienza umanitaria. Che c’è e, sorprendentemente, funziona. “Non ci sono stati episodi di intolleranza”, ci dice Saleem, un mediatore culturale locale, “e anche i più poveri di questa regione accolgono chi scappa. Condividono il cibo, offrono riparo, magari anche un pezzetto di terra per farci una baracca. Chi può rimane e se invece abbandona il campo lavora alla raccolta del sale o alla pesca”. Gente che si sposta: ce n’è sino a Chittagong, 160 chilometri più a nord.

L’impresa impossibile
Nel campo stanno aggiungendo delle baracche: strutture di bambù e larghi teli neri forniti dalle organizzazioni umanitarie. C’è una clinica di Medici senza frontiere ai margini, uno spaccio di medicine, sale d’attesa e un fitto via vai. “Non chiediamo se chi ha bisogno della clinica è un rohingya o un locale”, mi dice un medico che mi fa rimanere sula porta, “e del resto anche noi che siamo di qui stentiamo a riconoscere la provenienza”. In realtà i medici la scoprono la provenienza, perché i segni della violenza spesso sono evidenti e c’è chi, come le donne vittime di stupro, dev’essere mandato a un centro di salute mentale. Quanti sono? Le stime ufficiali dicono 34mila da ottobre e, in totale, fra 300 e 500mila dispersi nel paese. Quasi la metà dell’intera comunità rohingya. “Ma contarli”, dice ancora un funzionario che chiede l’anonimato, “è quasi impossibile. La gente si sposta da un campo all’altro. Raggiunge la famiglia o si ricongiunge alle persone del suo villaggio. Comunque tra di loro sono organizzati: hanno dei responsabili che riescono ad avere un quadro delle cose e possono identificare le comunità di appartenenza”. Con questi numeri e un’ondata improvvisa che si è riversata oltre confine in tre mesi, fare ordine sembra comunque un’impresa impossibile.

Più di un testimone locale racconta che il governo bangladese sta facendo l’impossibile. E anche se formalmente minaccia di rispedire tutti indietro, di fatto non lo sta facendo. “Dhaka deve tenere una posizione ufficiale dura per questioni diplomatiche”, commenta il funzionario, “ma in realtà non caccia nessuno”. L’esecutivo bangladese, aiutato dalle pressioni internazionali sul governo birmano e sull’Onu (l’ultima è una lettera firmata da 13 premi Nobel e da personaggi pubblici tra cui Emma Bonino e Romano Prodi) sta aspettando che Naypyidaw molli la presa nel Rakhine e per ora ha ottenuto che il governo birmano mandi un inviato speciale a Dhaka per discutere dei rimpatri. Il Bangladesh non li caccia ma non è tutto oro quello che luccica.

Il silenzio della Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è quello che pesa più di tutti

Un’altra faccia della medaglia la racconta Mohammed, rohingya di seconda generazione, i cui genitori hanno varcato il confine negli anni settanta dopo la nascita del Bangladesh da una costola del Pakistan, in una guerra di secessione che nel 1971 – al prezzo di forse tre milioni di morti – ha trasformato l’ex Pakistan orientale in una nuova nazione. Un nuovo stato che sembrava offrire ai rohingya più possibilità della Birmania, e all’epoca la strada non era troppo in salita. “Il primo passo era ottenere la cittadinanza, non senza qualche lubrificante per far scivolare la macchina burocratica”.

Donne di etnia rohingya in un campo profughi a Teknaf, vicino a Cox’s Bazar, in Bangladesh, il 3 dicembre 2016. (A.M. Ahad, Ap/Ansa)

Ma con le migrazioni di massa diventate sempre più frequenti dopo le persecuzioni birmane del 1978 (seguite da quelle del 1992 e del 2012), le cose sono peggiorate. “Siamo grati al Bangladesh per l’accoglienza ma questo paese non ci considera suoi cittadini, e se non hai la cittadinanza non hai diritto a nulla. Io ho avuto la possibilità di studiare”, dice Mohammed, “ed è andata bene anche ai miei fratelli. Un cugino è emigrato in Italia. Ma siamo sempre rohingya, stranieri in un paese che non è ostile ma che non è il nostro”.

Mohammed fa parte di un’associazione studentesca per la nazione rohingya che lavora in semiclandestinità: “Amiamo le nostre radici e la nostra terra, al di là del confine, che potrebbe farci vivere meglio. È un diritto. Ma in Bangladesh queste cose non vogliono sentirle. Operiamo in silenzio, nascosti, perché il governo non vuole che siano dei rohingya ad aiutare i rohingya”.

Silenzio. Lo stesso di cui viene accusata la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, alla guida di un governo che vive con difficoltà la fragile coabitazione con gli uomini in divisa, minacciata da un possibile colpo di coda militare. Anche la signora di Rangoon ha scelto così di non prendere posizione su chi è costretto ad attraversare il fiume Naf. Ma il suo silenzio pesa più di altri.

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