Mamma Roma

La scrittrice Paola Soriga e la fotografa Simona Pampallona hanno attraversato la città in lungo e in largo per conoscere gli stranieri che la abitano. Dagli etiopi ai russi, il racconto di comunità che pochi conoscono. 

La preghiera per la fine del mese di Ramadan nella grande moschea di Roma, luglio 2016.

A Roma gli egiziani non sono più stranieri

La preghiera per la fine del mese di Ramadan nella grande moschea di Roma, luglio 2016.
25 luglio 2016 17:44

La chiesa del Megalomartire San Giorgio è un piano terra di una palazzina in via Sante Bargellini, tra via dei Durantini e via dei Monti Tiburtini. Si entra in una piccola sala e poi in quella grande, un rettangolo con il soffitto basso e le colonne a separare le navate, le pareti decorate con affreschi, l’altare in fondo. Ci andiamo una mattina qualunque di un giorno lavorativo, con l’intenzione di iniziare a chiedere informazioni, e la troviamo piena di persone.

È in corso un convegno sul ruolo della donna nella comunità copta egiziana, ci sono egiziane di tutta Roma, della provincia, le relatrici sono arrivate dall’Egitto, dal Canada, dagli Stati Uniti. Sono ragazze e donne di tutte le età, molte hanno con loro i bambini, sono vestite eleganti, con gli abiti buoni della domenica. Molte si sono conosciute qui, non tutte e non sempre si incontrano anche fuori dalla chiesa, ma qui si ritrovano, si raccontano le cose, si aggiornano sulle loro vite. Mi sembra di essere, in mezzo a loro, come in mezzo alle mie cugine, alle mie zie, per come ci somigliamo nell’aspetto e nei modi.

Verso mezzogiorno viene offerta la colazione, caffè, cappuccino e torte fatte in casa. Del catering si occupa una coppia di trentenni che hanno due ristoranti, lei è molto bella in un abito stretto e le scarpe con il tacco, il trucco curato. Si sono conosciuti a Roma e si sono sposati in questa chiesa, hanno tre figli che, mi dicono, per fortuna si possono permettere di affidare a una baby-sitter quando loro lavorano.

Arriva anche il vescovo, un signore con la barba bianca e lunga, una tunica nera, lo sguardo gentile e uno strano copricapo. Si chiama Barnaba El Soryany, ci accoglie nel suo ufficio, con sorrisi, foto ricordo e strette di mano.

La seconda comunità africana

Gli egiziani rappresentano l’undicesima comunità straniera in Italia; sono soprattutto uomini, le donne sono soltanto il 32,5. Molti sono rifugiati e richiedenti asilo e alta è la presenza di minori, spesso non accompagnati. Sono la seconda comunità africana, dopo quella marocchina. Quella tra Egitto e Italia è una migrazione con radici antiche, reciproca (sono circa quattromila gli italiani in Egitto), che ha conosciuto dei picchi negli anni settanta e ottanta, e nell’ultimo decennio.

Gli egiziani fanno i commercianti, i camerieri, i kebabbari e i pizzaioli, a Roma sono soprattutto egiziani i fiorai, che nella capitale spesso restano aperti tutta la notte.

In Egitto, i cristiani copti sono circa il 15 per cento, il resto della popolazione è per la maggior parte musulmana.

Il vescovo della chiesa copta del Megalomartire San Giorgio, Barnaba El Soryany, a Roma, luglio 2016.

Al piano terra di una palazzina in via della Magliana, c’è una delle moschee più grandi di Roma. È frequentata da più di mille fedeli della comunità araba, senegalese, bangladese, ma soprattutto egiziana.

L’imam, Sami Salem, ci riceve una mattina di fine giugno, indossa i jeans e una polo azzurra (“Metto l’abito quando faccio il monaco”, mi dice), ha la barba corta e curata, lo sguardo gentile. In Italia da ventitré anni, presente spesso nei dibattiti televisivi, la sua storia è stata raccontata anche dalla Bbc, dopo le stragi di Parigi, come esempio di integrazione possibile.

Non ama andare in televisione, mi racconta, dove tutto è finto e esagerato e non si cerca il dialogo ma lo scontro, ma accetta gli inviti perché gli sembra necessario portare il suo messaggio, la sua idea di convivenza basata sulla conoscenza reciproca.

Mi rendo conto che per capire chi è l’altro, per superare il problema dell’accettazione dell’altro, ci vuole tempo

Parliamo a lungo, mi racconta di quando è arrivato a Roma, a 24 anni, e gli immigrati come lui ancora erano pochi. Ha iniziato a riunire i suoi connazionali in un locale che erano riusciti a trovare a fatica, perché nessuno voleva affittare uno spazio a loro che erano gli stranieri, gli immigrati, i clandestini. “Mi rendevo conto, mi rendo conto che per capire chi è l’altro, per superare il problema dell’accettazione dell’altro, ci vuole tempo, che la diffidenza è normale, umana”.

Mi racconta che all’inizio i vicini buttavano l’acqua sporca o la spazzatura dalla finestra quando loro entravano e uscivano da quella piccola moschea. Erano trenta, quaranta persone e lui consigliava di non guardare in alto per vedere chi fosse stato, in modo da non pregiudicare eventuali rapporti futuri, consigliava di prendere il caffè un giorno in un bar e in giorno in un altro, di fare la spesa in un supermercato e il giorno dopo in un altro, per farsi conoscere, per rispettare la comunità del quartiere.

È convinto che la responsabilità dei media, nell’alimentare la diffidenza, sia alta, mi racconta di quando a un convegno ha detto: “‘Ma noi siamo essere umani’, pensa a cosa significa dover dire una frase del genere”. È convinto che le differenze non siano una cosa negativa, nella cultura araba si dice che siamo come due mani, una lava l’altra, una da sola non riesce a lavarsi.

L’imam Sami Salem alla moschea della Magliana, a Roma, luglio 2016.

Nel suo bell’italiano Sami Salem mi racconta che “un mese di esperienze qua valeva cinque anni della vita che facevo prima di partire”. Si prendevano cura del quartiere, pulendo le strade, i parchetti e le piazze, aiutavano gli anziani a portare la spesa a casa, le persone in difficoltà, e a poco a poco i vicini hanno smesso di tirar loro le cose addosso, di guardarli male, a poco a poco hanno fatto conoscenza, fino a rimpiangerli quando, pochi anni fa, sono riusciti a comprare questo stabile che ora è la moschea, e si sono allontanati di qualche isolato.

Di tanto in tanto si interrompe brevemente per salutare qualcuno che passa per strada, salam aleikum, aleikum salam.

Prima stranieri, ora non più

È cambiata la comunità egiziana in Italia, in questi venti anni. Gli egiziani sono più stabili, hanno portato le loro mogli e i loro figli sono nati qui, studiano, ci sono candidati egiziani nei municipi, “prima eravamo stranieri, ora non più”.

Da molti anni l’imam porta avanti progetti di integrazione che passano per i corsi di lingua e attività per bambini, apre la sua comunità, cerca di creare dei legami attraverso giornate in cui la moschea diventa un centro per la donazione del sangue, insegna lingua e cultura islamica all’università della terza età, al ministero della difesa.

Una cosa che ha capito presto è che per vivere bene in un paese che non è il tuo è fondamentale conoscere, oltre alla lingua e alla cultura, le leggi. Così si è messo a studiare giurisprudenza e tiene dei corsi sulla costituzione italiana per i suoi connazionali.

Parliamo, ovviamente, anche di terrorismo, c’è stato da poco l’attentato a Dhaka. Sarebbe importante, mi dice, che la politica, i mezzi d’informazione smettessero di accusare i musulmani in modo superficiale. “Non ne usciamo se non ci mettiamo assieme ad affrontare questo problema, che è come una malattia, un cancro, che può colpire tutti. La maggior parte delle vittime sono musulmane, i paesi che vengono distrutti dal maledetto terrorismo sono musulmani, eppure anziché tentare di capire assieme a noi come affrontare il problema ci accusano e basta”.

La cena che rompe il digiuno durante il mese di Ramadan alla moschea El Fath, a Roma, luglio 2016.

Ci invita a tornare la domenica successiva, per la festa della fine del Ramadan: faremo l’iftar, romperemo assieme a loro il digiuno.

L’atmosfera è di festa, gli abiti eleganti, i bambini e le bambine giocano per strada, ci salutano contenti.

La cerimonia è breve, l’imam accoglie me e Simona assieme a un altro gruppo di italiani: rappresentanti della comunità di Sant’Egidio, responsabili di progetti interculturali, il direttore dell’università della terza età, l’ex presidente del municipio XI, il regista di un documentario sulle scuole religiose a Roma.

Dopo la preghiera, ci sediamo attorno a una tavolata sistemata all’aperto, la cena è ricca e buona: involtini di foglie di vite e di verza, verdure ripiene, creme di legumi, molta carne, dolci, da bere acqua, tè freddo e coca-cola.

I nostri commensali, scopro chiacchierandoci, sono medici, giornalisti, scrittori, poeti, musicisti.

Soltanto non posso evitare di notare che in questo tavolo le uniche donne siamo noi italiane. Le egiziane cenano dentro, in una sala separata da quella grande, che è quella dove di solito pregano, divise dagli uomini. Penso a Joyce Lussu, intellettuale e militante antifascista che, dopo aver sposato Emilio Lussu, negli anni cinquanta, in Sardegna, andava a fare i comizi e, davanti a un uditorio di soli uomini, chiedeva “dove sono le vostre donne?”, e non iniziava a parlare finché quegli uomini non andavano a casa a prendere le loro mogli, madri, sorelle. Io non ero lì per fare un comizio, non ho detto niente, ma “dove sono le vostre donne?” ha continuato a rimbombare nella mia testa per tutta la sera.

Si parla e si scherza e io ripenso a una frase che l’imam mi ha detto durante la chiacchierata di qualche giorno prima: “Io non guardo le differenze, io guardo il punto di incontro, perché se io guardo i punti di differenza tra me e te ne trovo tantissimi però ti ho perso, se guardo quelli di incontro sono comunque tantissimi e in più ti ho trovato”. Penso che sono moltissimi, i punti di incontro, e che in questo tavolo sono quelli a cui guardano tutti, con il desiderio di incontrarsi, di trovarsi.

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