Qualche trucco per viaggiare per mare se non si ha una barca

19 giugno 2016 12:01

Per scrivere questo articolo ho ricevuto inviti, proposte di ospitalità a tempo indeterminato, proposte di imbarchi, perfino richieste di imbarchi. Sembra che viaggiare per mare ti cambi profondamente – e lo affermo sulla base di una esperienza personale, seppur minima. Ora, però, la prendo alla lontana. Parto da una metafora, una delle più abusate.

Quando si parla di viaggi un po’ lunghi si dice “mollare gli ormeggi”, ovvero partire rompendo ogni legame con la terraferma. Forse uno dei primi a usare l’espressione in quel senso fu Mark Twain quando scrisse il suo celebre elogio del viaggiare – “so throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails” – ma chi può dirlo.

Partire mollando gli ormeggi non è da tutti, ma di questi tempi sembra essere per tutti, e non dico solo in senso metaforico. Anche perché le nuove generazioni ecocompatibili ne sono affascinate in percentuale molto maggiore e più trasversale di noi. Qui ho raccontato le gesta di alcune persone che viaggiano senza aerei e s’ingegnano ad attraversare gli oceani, per esempio sulle navi mercantili. I cargo non sono tuttavia sempre economici, non lo sono le agenzie che pretendono commissioni molto alte. Rimane poi la questione dell’inquinamento. Perché inquinare il pianeta se possiamo attraversare i mari con la sola forza del vento, si chiede la tribù dei viaggiatori no flights?

Fino agli anni ottanta andare in barca, perlomeno in Italia, significava far parte di una élite

Nell’immaginario degli italiani la barca a vela fa pensare agli Agnelli, alle polo bianche e i calzoni blu. In effetti, fino agli anni ottanta andare in barca, perlomeno in Italia, significava fare parte di una élite. Significava essere soci di circoli nautici – con quote associative inaccessibili per famiglie della classe media; avere uno skipper, pagare qualcuno che si occupasse della manutenzione, talvolta perfino un cuoco di bordo. Insomma la barca era uno status symbol, un po’ come il suv degli anni a venire. Anche se sono sempre esistiti i velisti normali, i pensionati che preferivano vivere a bordo, i “pazzi” che facevano il giro del mondo con la famiglia, è stato dopo Tangentopoli che le cose sono visibilmente cambiate e gli equipaggi stratosferici sono molto diminuiti (oggi la maggior parte degli industriali non ostenterebbe mai un certo tipo di ricchezza).

Ma quand’è che la vela è diventata non più solo un hobby dell’alta borghesia ma un mezzo di trasporto addirittura sostenibile? Semplificando molto, possiamo dire che una certa democratizzazione è cominciata grazie a un uomo che si chiama Bernard Moitessier, una sorta di “Gandhi della vela”: scrittore, marinaio, antinuclearista, ma soprattutto uomo libero. Uno che nel 1980 offrì 15mila franchi di tasca sua al primo comune francese che avrebbe piantato alberi da frutta invece che piante decorative. Uno che ha fatto della vela un miraggio di ecologismo e stile di vita radicale. In Tamata e l’alleanza, il suo ultimo libro, Moitessier scriveva:

Una barca è la libertà, non soltanto un mezzo per raggiungere la meta, come credevo non molto tempo fa. Piccola casa spartana che porto con me e che mi trasporta dove voglio nel mondo, Marie-Thérèse rappresenta adesso la ricca solitudine dei grandi spazi, dove passato e futuro si fondono per divenire l’istante presente nel canto del mare.

È stata proprio la lettura di questo libro a spingere un giovane milanese verso una avventura che gli ha cambiato la vita. Alberto Di Stefano è un trentenne quando, nel 2004, decide di fare il giro del mondo in barca e, visto che una barca non ce l’ha, cerca un imbarco tramite annunci sulle riviste specializzate. Lo trova. Poi, per una congiuntura negativa, che in seguito si rivelerà assai positiva soprattutto per i suoi oltre 15mila lettori, Di Stefano si ritrova di nuovo a piedi, ai Caraibi, e lì decide di proseguire lo stesso il viaggio: in barcastop.

“Avevo sempre considerato la vela solo come uno sport, poi leggendo Moitessier ho capito che la barca era anche altro. Ad attrarmi non fu tanto l’ecosostenibilità, ma il contatto con la natura e gli elementi. Andare in barca ti insegna soprattutto il senso della scarsità delle tue risorse. Se hai poco, apprezzi di più, anche a livello mentale. Chi ha più il lusso di giocare con i proprio pensieri?”. Bisogna però ricordare che Di Stefano parte con un discreto budget e cerca situazioni in cui il lavoro a bordo sia controbilanciato da un certo benessere; e forse la sua buona infarinatura velica deve averlo avvantaggiato rispetto ai tanti ragazzi che in autunno si aggirano per i moli in cerca di uno “strappo”, spesso totalmente ignari di qualsiasi cultura nautica.

Facciamo un passo indietro. Quando è nato il barcastop? Come si diventa barcastoppisti? Se lo chiedi a un francese ti risponde che esiste da sempre. Per noi italiani è una pratica ancora poco utilizzata e la maggior parte dei siti utili sono stranieri, ma ci sono anche delle piattaforme italiane dove mettere annunci: velisti.it, velaforfun.com e velanet.it. Anche la storica rivista Bolina è da sempre un riferimento per chi cerca imbarchi. Il più conosciuto e usato è findacrew.net, ma ci sono anche latitude38.com, 7knots.com, floatplan.com e cruiserlog.com. La cosa migliore è in ogni caso andare di persona, e nella stagione giusta, in posti come le isole Baleari, Gibilterra, le coste del Marocco e soprattutto le isole Canarie.

La Mecca del barcastoppista

Tra i libri, Il giro del mondo in barcastop di Alberto Di Stefano è naturalmente il must-have e un’ottima base per l’aspirante barcastoppista. Troverete qui consigli, trucchi e dritte per intraprendere questo tipo di avventura: quando e dove andare a cercare passaggi, come proporsi, come scegliere il comandante e… come non farsi sbarcare dopo poche miglia. Esiste anche un manuale in inglese, The hitchiker’s guide to the oceans, ma è molto più noioso e tecnico. La Mecca del barcastoppista è di certo Las Palmas, alle isole Canarie: è qui che si va, tra ottobre e novembre, a cercare un passaggio per la transatlantica, una navigazione relativamente facile e dolce, quasi tutta al lasco (cioè con il vento in poppa), accompagnata da un clima temperato, via via sempre più tropicale. L’atterraggio è solitamente ai Caraibi: Martinica, Guadalupa, Barbados.

Le rotte sono in realtà innumerevoli, e c’è anche chi è riuscito a partire da Las Palmas in primavera. Nicola è un ragazzo veneto che non ha mai messo piede su un veliero in vita sua. Nel 2010, insieme a due amici, si mette in testa di realizzare un sogno, andare in Sudamerica completamente senza soldi: la loro unica possibilità per attraversare l’Atlantico è pertanto quella di offrirsi come mozzi su una barca italiana diretta in Brasile. Siamo a maggio inoltrato. L’avventura, raccontata con grazia in Passeggeri della terra, ha dell’incredibile: i tre amici si ritrovano a bordo con due sconosciuti, in mezzo all’oceano, in balia di pericoli concreti come per esempio uno scampato ribaltamento, spesso in situazioni di tensione. E con il mare come grande maestro:

Questo oceano senza limiti e questo cielo che lo sovrasta sono diventati improvvisamente piccoli confrontati alla dimensione dei miei pensieri, che viaggiano più forti di qualsiasi corrente. Ho l’impressione di aver imparato più cose sul mio carattere in questi ultimi giorni rispetto ai venticinque anni di vita precedenti. Mi sento come se dovessi liberarmi di una parte di me che non esiste più, per vivere una nuova sfida con me stesso.

Sarà proprio il confronto con l’oceano che in qualche modo farà fallire il progetto dei tre amici e prendere a ognuno di loro nuove strade. “È stata un’esperienza importantissima, che rifarei volentieri, anzi che spero di rifare presto, magari verso il Pacifico”, mi racconta Nicola, che ha 32 anni ed è un fotoreporter.

Qualche anno fa Lia lascia un lavoro nel campo dell’informatica e decide di fare il giro del mondo. Non ha soldi e un amico le consiglia il barcastop. Lei, che ha frequentato solo un corso della lega navale da bambina, la mattina parte per un weekend in Liguria e lì, per puro caso, incontra l’autore di Il giro del mondo in barcastop, Alberto Di Stefano. Dopo aver parlato con lui e ricevuto generosi consigli, a ottobre parte per le Canarie. “Ho rifiutato tre equipaggi. D’istinto non mi fidavo. Alla fine ho scelto di andare con un francese, un certo William. L’unico mio dubbio era che non c’era posto e avrei dovuto dormire con lui. Alla fine sono partita lo stesso. Arrivata ai Caraibi sono sbarcata, come era previsto, e ho continuato con altre imbarcazioni, ma poi l’ho richiamato e gli ho chiesto se mi portava a Cuba. Abbiamo navigato insieme per un anno intero. Oggi William è il mio compagno”, racconta Lia che da allora ha continuato a viaggiare per mare e per terra (qui le sue divertenti istruzioni per il barcastop).

Se l’Atlantico è considerato il “grande salto” per la portata mitica che questa traversata possiede, è relativamente facile trovare un passaggio per farlo. Secondo Di Stefano “trovare un imbarco in giro per il mondo è più semplice di quanto si possa immaginare” perché sono molte di più le barche che navigano, rispetto alle persone che si offrono per salire a bordo. Via via che ci spostiamo verso ovest la navigazione si fa più impegnativa e gli equipaggi, soprattutto quelli che battono bandiera italiana, calano drasticamente. Ma se diminuiscono le barche, diminuiscono anche i barcastoppisti, che nel Pacifico, e ancora di più nell’oceano Indiano, sono solitamente persone più preparate e determinate dal punto di vista velico, spesso aspiranti skipper.

“Bisogna essere determinati più che preparati”, dice Francesco, un ragazzo che ha fatto il giro del mondo in barcastop nel 2013 arrivando fino in Australia, “perché il Pacifico non è difficile come oceano in sé, ma è solo molto lungo. E bisogna essere preparati, sì, ma più che altro psicologicamente. La cosa più importante è sapere stare da soli. Prima di partire io non avevo mai navigato per più di una notte”. Francesco, che oggi fa l’ingegnere a Milano, ha scritto un blog sui suoi due anni di viaggio.

Come è possibile fidarsi a tal punto del prossimo da prenderlo a bordo per giorni o settimane?

In generale, se uno ha a disposizione i soldi per un volo aereo, il posto dove è più semplice in assoluto trovare un passaggio, anche solo di qualche giorno (e dove non servono nemmeno vestiti pesanti, cerate e stivali), sono i Caraibi. “L’importante è darsi tempo di conoscersi un po’ a terra. Io sconsiglio di partire senza aver prima capito se c’è affinità con il comandante”, dice Timoteo, quarant’anni, marinaio di lunga esperienza che vive a bordo da quasi due decenni. Lui mi racconta che a 18 andò in Martinica, intenzionato a fare barcastop e magari a trovare anche un lavoretto a bordo.

“Parlavo bene francese”, continua Timoteo, “e avevo già un po’ di esperienza. Però non era facile. Mi dicevano tutti di no. Anche perché mi presentavo con la barba lunga, la bandana in testa e i calzoncini non proprio puliti. Vivevo in campeggio, non avevo una lira. Alla fine per disperazione ho trovato un imbarco, ma non era quello giusto. Poi ne ho trovato uno molto migliore e alla fine ho trovato un lavoro a bordo. Morale: se cerchi un passaggio è meglio che ti fai la barba. Secondo: fidarsi dell’istinto e controllare bene lo stato dell’imbarcazione, dotazioni di sicurezza comprese”, continua Timoteo, che ora vive a bordo con la moglie e le figlie alle isole Fiji. “Negli anni a venire ho sempre dato una mano a ragazzi e ragazze e incontrato anche persone molto belle. Ora faccio charter e non riesco più a dare passaggi, ma non mi dimentico da dove vengo e invito sempre a cena i barcastoppisti!”.

Si apre qui una questione fondamentale. Come è possibile fidarsi a tal punto del prossimo da prenderlo a bordo per giorni o settimane? O anche solo invitare a cena degli sconosciuti? Eppure, in barca si fa, forse per una comunanza di interessi. Elena Sacco ha viaggiato per sette anni con la famiglia in barca attorno al mondo, come racconta in Siamo liberi: “In mare funziona di più l’istinto. In città funziona l’informazione. Tra l’altro nessuno ti racconta che migliaia di autostop finiscono in amicizia, ti raccontano solo quelli che finiscono con la rapina. In mare è il contrario, ci si racconta cose belle. Inviteresti mai qualcuno a bere l’aperitivo solo perché ha parcheggiato nella tua stessa piazzola d’autogrill?”.

I costi di un passaggio

Forse no. Anche se partire per un giro del mondo presuppone una certa apertura di cuore. Ignazia è sarda, ma vive a Milano, dove si occupa di teatro e arte-terapia, è vegetariana, ha 43 anni e ha deciso di partire per un viaggio il più ecologico possibile. Il suo progetto non è esclusivamente turistico, vuole anche aiutare chi ha bisogno. A ottobre Ignazia, che è appassionata di mare, ma non ha mai fatto traversate lunghe, si trasferirà alle Canarie per un po’, in modo da trovare l’imbarco giusto. “Sono positiva. Cercherò di scegliere bene. Cosa mi ha ispirato? Ho riletto Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne e ho pensato che avrei voluto anche io viaggiare, ma senza utilizzare i soldi. Senza la presunzione di dimostrare nulla ma solo offrire ciò che sono alle persone che incontrerò nel mio cammino. E penso che stare a contatto con l’acqua e le stelle sia anche un ottimo modo per ritrovarsi un po’”.

Veniamo all’ultima questione fondamentale. Quanto costa fare barcastop? La regola generale è che si pagano soltanto la cambusa e il carburante, ma c’è anche chi chiede un tot al giorno e c’è infine chi non chiede nulla. Bisogna valutare sempre cosa noi possiamo offrire all’equipaggio e magari capire quali sono le esigenze del comandante: c’è chi cerca un aiuto velico concreto, c’è chi cerca un cuoco e un lavapiatti, c’è chi cerca solo compagnia. La cosa da cui non potrete sottrarvi è il turno al timone o comunque di vedetta in pozzetto, se la barca è dotata di pilota automatico. In ogni caso è bene pattuire prima quanto costerà questo passaggio. Anche perché le relazioni umane non sono sempre facili in uno spazio ristretto.

L’esperienza di Paolo è illuminante. Nel dicembre del 2012 Paolo è riuscito, dopo un anno di ricerche, a partire con un imbarco a pagamento (mille euro per la traversata da Gran Canaria a Barbados). Dopo poche miglia tra il capitano, che è alla sua prima traversata, e il resto dell’equipaggio, tutto pagante, si crea una forte tensione. “Avevo 24 anni, ero il più giovane”, racconta Paolo, e solo per questo il capitano si aspettava che facessi più di tutti. “Non ammetteva se sbagliava a calcolare una rotta. Dopo dieci giorni di navigazione abbiamo finito l’acqua potabile. Non voleva che usassimo le sue cose, non dimostrava alcun buon senso. E arrivati a terra i mille euro sono diventati 1.200. Ma, come sognavo l’Atlantico prima, nonostante e grazie all’esperienza vissuta, sogno ancora l’acqua, sogno il Pacifico”.

Insomma, viaggiare il mondo in barcastop è facile. Ma è anche molto difficile. Più che pericoli ci sono molti rischi. Il primo è che il mare aperto dà dipendenza e che, una volta provato, ci si vuole tornare sempre. E l’altro è la sindrome del guru: non fidatevi mai di filosofi o teorici che vanno per mare. Quando si tratta di mollare realmente gli ormeggi e non si ha la preparazione per farlo, i rischi sono esponenziali.

pubblicità

Articolo successivo

Perché è importante la vittoria di un democratico in Alabama 
Alessio Marchionna