21 luglio 2016 16:11

“Siamo fuori dai partiti e dalla parte della gente”, dice Zenzele Ndebele, il direttore di Radio Dialogue, l’emittente fondata dai gesuiti quando nello Zimbabwe cominciarono gli espropri. Il programma di punta, The People’s parliament, raggiunge ogni giorno più di un milione di persone: microfoni aperti su cosa fa, non fa o dovrebbe fare il governo di Robert Mugabe, 92 anni, già allievo modello dei missionari ed eroe antiapartheid, ora di fatto presidente a vita. “Diamo spazio a tutti, a chi lo critica e a chi lo sostiene”, sottolinea Ndebele. “Adesso però c’è il movimento #ThisFlag e le chiamate all’insegna della protesta, della rabbia e della voglia di cambiare sono diventate di più”.

Per capire bisogna cominciare dall’inizio. È il 2000, sono trascorsi vent’anni dall’Accordo di Lancaster house con il Regno Unito che pone fine al regime razzista della Rhodesia e segna la nascita dello Zimbabwe. Abolite le leggi segregazioniste, Mugabe deve mantenere la promessa dei diritti economici e sociali. Nel “granaio d’Africa”, dove il 70 per cento delle terre fertili è in mano ai discendenti dei coloni anglosassoni, lo 0,6 per cento della popolazione, il nodo è la riforma agraria. Cominciano gli espropri, ma quando gli appezzamenti finiscono ai contadini neri e ai dirigenti di partito la posizione dei gesuiti ormai è già cambiata.

Radio Dialogue nasce quindi dalla fine di un amore. Da Harare lo racconta il fondatore, padre Nigel Johnson, gesuita inglese proprio come Jerome O’Hea, il preside del Kutama college, dove nel 1942 Mugabe arrivò ancora ragazzino: “Fu lui a comprenderne il talento e l’idealismo, incoraggiandolo nello studio in anni difficili, anche di solitudine”. Allora l’istituto era uno dei pochi a offrire un’istruzione superiore ai neri e verso i gesuiti il cattolico Mugabe conserverà rispetto e riconoscenza. Ormai da tempo però, spiega padre Johnson, “i rapporti si sono fatti complicati e oggi solo uno o due confratelli restano amici di Mugabe”.

Nello Zimbabwe non c’è più un regime razzista da abbattere, ma un presidente icona di un tempo andato

Il nodo non sono stati gli espropri: la disillusione risalirebbe già agli anni ottanta, “ai massacri nelle roccaforti degli oppositori di etnia ndebele e alla repressione di ogni dissenso”.

Nello Zimbabwe non c’è più un regime razzista da abbattere, ma un presidente icona di un tempo andato, inseguito dalle sanzioni britanniche e statunitensi, e alla guida di un partito diviso, dov’è in corso la lotta per la successione. La vicenda di Radio Dialogue è significativa.

La redazione centrale si trova a Bulawayo, la seconda città del paese, in un’area a maggioranza ndebele, ma il segnale raggiunge gli ascoltatori solo grazie a internet e ai satelliti attraverso il Sudafrica. “È da anni che le community radio come la nostra aspettano il bando per la concessione delle frequenze” dice il direttore. “Per ora c’è spazio solo per quattro stazioni statali e tre private controllate da dirigenti del partito”.

Con la bandiera in mano

Nell’attesa Radio Dialogue non risparmia nessuno. Prendete Community diary, la trasmissione dedicata ai problemi della vita quotidiana. Si comincia dalle tubature di un acquedotto che perde e si finisce con la protesta per i posti letto mancanti in ospedale, l’aumento delle rette scolastiche o le tangenti pretese dagli ufficiali di polizia.

E in queste settimane? Si parla di politica e religione insieme. L’eroe o il falso predicatore finanziato da Londra, a seconda dei punti di vista, si chiama Evan Mawarire, 39 anni, pastore battista. Si è fatto conoscere ad aprile, postando sui social network un video nel quale denunciava di non riuscire a pagare l’iscrizione a scuola dei suoi figli. “Non sono né un oppositore né un attivista ma un semplice cittadino” ha detto dopo aver lanciato l’appello allo sciopero generale, una protesta insolita per il paese.

Accusato di tentata sovversione, il 13 luglio si è presentato in tribunale con la Bibbia in una mano e la bandiera nazionale nell’altra, #ThisFlag per l’appunto, il simbolo della protesta. “La gente s’identifica con lui perché è un cittadino come tanti che non ne può più della corruzione e del malgoverno”, dice Ndebele. Il “dialogo” non è affatto scontato, come ha chiarito lo stesso Mugabe, citando la prima lettera di San Paolo ai Corinzi: “Attenti a questi uomini di Dio, non tutti predicano davvero la parola del Signore”.