Il 28 gennaio Donald Trump ha avvertito l’Iran che “il tempo sta per scadere”, riferendosi a un possibile attacco statunitense, mentre Teheran ha escluso di negoziare con Washington sotto minaccia.
Il presidente statunitense ha lanciato l’avvertimento sul suo social network Truth Social, in un momento in cui gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare nel golfo Persico.
Di fronte alla repressione del movimento di protesta nella Repubblica islamica, nelle scorse settimane Trump aveva più volte minacciato un intervento militare.
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Questa volta ha invece citato il programma nucleare iraniano. “Spero che l’Iran accetti rapidamente di negoziare un accordo giusto ed equo. NIENTE ARMI NUCLEARI”, ha scritto.
Il presidente ha minacciato l’Iran di un attacco “molto peggiore” di quello condotto contro alcuni siti nucleari nel giugno scorso, quando gli Stati Uniti erano intervenuti durante la guerra di dodici giorni lanciata da Israele contro il suo nemico storico, sospettato di sviluppare un programma nucleare per scopi militari.
In mattinata il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi aveva invitato gli Stati Uniti a “cessare immediatamente le minacce”.
“Chiedere trattative diplomatiche mentre si minaccia un intervento militare non è una strategia efficace”, aveva dichiarato.
Secondo alcuni analisti politici, l’amministrazione Trump sta valutando la possibilità di condurre attacchi contro siti militari in Iran o addirittura di colpire la leadership iraniana per rovesciare il regime.
Il 26 gennaio la portaerei statunitense Abraham Lincoln era arrivata nel golfo Persico.
L’Iran ha reagito intensificando i contatti diplomatici con le potenze arabe della regione.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, ottenendo l’assicurazione che Riyadh non autorizzerà l’uso del suo territorio per eventuali attacchi statunitensi in nome del “rispetto della sovranità della Repubblica islamica”.
Anche Qatar, Egitto e Turchia hanno lanciato un appello alla “distensione”.
Intanto, secondo un ultimo bilancio fornito dall’ong Human rights activists news agency (Hrana), che ha sede negli Stati Uniti ma dispone di un’ampia rete d’informatori in Iran, almeno 6.221 persone, tra cui 5.856 manifestanti, sono state uccise durante l’ondata di proteste nel paese. L’ong ha però precisato che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto.