Una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf).
“Ora che il conflitto si è esteso alla regione del Kordofan, proteggere i civili è più urgente che mai”, ha avvertito Joy Ezeilo, un’esponente della missione.
Il Kordofan, un’ampia regione fertile e ricca di petrolio nel centrosud del paese, è oggi al centro della guerra civile che da quasi tre anni oppone l’esercito, guidato dal capo della giunta militare Abdel Fattah al Burhan, ai paramilitari delle Forze di supporto rapito (Rsf), guidate da Mohamed Hamdan Dagalo.
Nelle ultime settimane nello stato del Kordofan Settentrionale si sono intensificati gli attacchi con i droni. Il 16 febbraio almeno 15 bambini erano morti in un attacco contro un campo profughi, mentre il giorno prima 28 persone avevano perso la vita in un attacco contro un mercato.
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In un rapporto intitolato “Caratteristiche del genocidio ad Al Fashir”, la missione dell’Onu ha stabilito che “l’intenzione genocida è deducibile dalle azioni delle Rsf”.
Il rapporto denuncia “omicidi mirati su base etnica, violenze sessuali, demolizioni e dichiarazioni pubbliche che invocano esplicitamente l’eliminazione delle comunità non arabe”.
“Pagina dopo pagina, è quanto di più sconvolgente possiate immaginare”, ha commentato la ministra degli esteri britannica Yvette Cooper, che il 19 febbraio ha presieduto una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul Sudan.
Lo stesso giorno il governo statunitense ha imposto sanzioni contro tre comandanti delle Rsf coinvolti nella conquista di Al Fashir. Misure simili erano già state prese dal Regno Unito e dall’Unione europea.
Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, nei primi tre giorni dopo l’annuncio della conquista di Al Fashir sono state uccise almeno seimila persone, di cui 4.400 in città e 1.600 tra quelle che cercavano di fuggire.
“La portata, il coordinamento e il sostegno pubblico fornito dalla leadership delle Rsf dimostrano che i crimini commessi ad Al Fashir e nei dintorni non erano atti di guerra isolati”, ha dichiarato Mohamad Chande Othman, il capo della missione.
Il rapporto afferma che “sono stati commessi almeno tre atti costitutivi di un genocidio: l’uccisione di membri di un gruppo etnico protetto; il causare gravi danni all’integrità fisica e mentale dei membri del gruppo; l’imporre deliberatamente condizioni di vita destinate a provocare la distruzione fisica totale o parziale del gruppo”.
“Quando esistono prove di genocidio, la comunità internazionale ha l’obbligo di prevenire, proteggere e garantire che sia fatta giustizia”, ha concluso Othman.
Dall’aprile 2023 la guerra civile in Sudan ha causato decine di migliaia di morti e più di 14 milioni di sfollati, mentre la crisi umanitaria in corso è una delle più gravi del mondo.