Il 19 febbraio il Venezuela ha adottato, su pressione degli Stati Uniti, una legge di amnistia che dovrebbe portare alla scarcerazione della maggior parte dei prigionieri politici, meno di due mesi dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro durante un’operazione militare statunitense.

“Bisogna saper chiedere perdono e bisogna anche saper ricevere il perdono”, ha affermato la presidente ad interim Delcy Rodríguez, che ha promulgato la legge pochi minuti dopo la sua approvazione all’unanimità in parlamento.

Centinaia di familiari dei detenuti accampati da settimane davanti alle principali prigioni del paese hanno seguito con trepidazione sui loro smartphone i passaggi finali dell’adozione della legge.

Alcuni di loro avevano cominciato uno sciopero della fame, che hanno sospeso subito dopo l’annuncio.

Secondo l’ong Foro penal, dalla caduta di Maduro sono stati liberati circa 450 prigionieri politici, ma più di seicento sono ancora dietro le sbarre.

L’oppositore Juan Pablo Guanipa, rilasciato l’8 febbraio dopo nove mesi di detenzione per “cospirazione” e nuovamente arrestato due ore dopo e messo ai domiciliari, ha annunciato di essere finalmente libero.

L’amnistia copre fatti avvenuti durante tredici periodi specifici di manifestazioni e repressione, mentre le ong chiedevano che riguardasse l’intero periodo 1999-2026, con le presidenze di Hugo Chávez (1999-2013) e Maduro (2013-2026).

“Questo limita un po’ la portata della legge, ignorando il fatto che la repressione è stata continua”, ha dichiarato all’Afp Gonzalo Himiob, direttore di Foro penal.

Potranno accedere all’aministia anche le persone andate in esilio per sfuggire all’arresto.

Non potranno invece beneficiarne le persone che hanno commesso “gravi violazioni dei diritti umani, crimini contro l’umanità, omicidi, traffico di droga e reati di corruzione”, e neanche quelle che hanno “promosso, finanziato o partecipato ad azioni armate contro lo stato venezuelano”.

Quest’ultima disposizione, contestata dalle ong, potrebbe riguardare molti oppositori, tra cui María Corina Machado, premio Nobel per la pace, che avevano sostenuto l’attacco statunitense del 3 gennaio.