L’Australia ha concesso asilo politico a cinque giocatrici della nazionale iraniana di calcio, definite “traditrici” in Iran dopo aver rifiutato di cantare l’inno prima della partita d’esordio in coppa d’Asia.

La decisione è stata presa per il timore che potessero essere perseguitate al loro ritorno in patria, ha dichiarato il 10 marzo davanti alla stampa il ministro dell’interno Tony Burke.

Le cinque giocatrici, tra cui la capitana Zahra Ghanbari, avevano lasciato il loro hotel durante la notte. “Sono state trasferite in un luogo sicuro dalla polizia australiana. Ieri sera ho firmato la loro richiesta di visto umanitario”, ha riferito Burke.

“Possono rimanere in Australia. Qui sono al sicuro e spero si sentano a casa”, ha aggiunto.

Il ministro ha spiegato che discussioni segrete tra il governo e le giocatrici erano in corso da giorni.

Il governo si è detto disponibile a fornire assistenza anche ad altri membri della delegazione iraniana, in caso di necessità.

I 26 membri della delegazione erano arrivati in Australia pochi giorni prima dell’inizio dell’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran, che ha causato la morte della guida suprema Ali Khamenei.

Le giocatrici erano rimaste in silenzio durante l’inno prima della partita d’esordio contro la Corea del Sud, due giorni dopo l’inizio della guerra. Avevano però cantato l’inno nelle partite successive.

Il rifiuto di cantare l’inno era stato interpretato dalle autorità iraniane come un atto di ribellione. Un presentatore della tv di stato aveva definito le giocatrici “traditrici della patria in tempi di guerra”, aggiungendo che si erano macchiate del “massimo disonore”.

A quel punto in molti, tra cui il presidente statunitense Donald Trump e Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, avevano chiesto all’Australia di attivarsi per garantire la loro sicurezza.

“Gli australiani si occuperanno di cinque giocatrici, e probabilmente ce ne saranno altre. Alcune però vogliono tornare in Iran perché temono ritorsioni contro i loro familiari”, ha dichiarato Trump il 9 marzo dopo una conversazione telefonica con il primo ministro australiano Anthony Albanese.