Il 12 marzo l’Iran ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro le infrastrutture petrolifere dei paesi del Golfo, causando un aumento dei prezzi del petrolio nonostante lo sblocco delle riserve strategiche deciso dagli stati membri dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea).

La guerra, cominciata il 28 febbraio con gli attacchi israelo-statunitensi contro l’Iran, ha assunto una dimensione regionale e minaccia l’approvvigionamento petrolifero dell’economia mondiale a causa del blocco della navigazione nello stretto di Hormuz.

La mattina del 12 marzo i prezzi del petrolio sono tornati a superare i cento dollari al barile, nonostante l’intervento senza precedenti delle grandi potenze per stabilizzare il mercato.

L’11 marzo gli stati membri dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), compresi gli Stati Uniti, avevano infatti deciso di mettere sul mercato una quantità record di 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle loro riserve strategiche.

Ma nel tredicesimo giorno del conflitto i danni alle infrastrutture petrolifere hanno continuato a estendersi. Il Bahrein ha denunciato un attacco iraniano contro dei depositi di idrocarburi e ha invitato gli abitanti a rimanere nelle loro case per non respirare i fumi degli incendi.

In Oman un attacco di droni ha incendiato i depositi di carburante del porto di Salalah, mentre l’Arabia Saudita ha segnalato un nuovo attacco contro il giacimento petrolifero di Shaybah, nell’est del paese.

Il 12 marzo gli attacchi contro due petroliere in navigazione nel golfo Persico, al largo dell’Iraq, hanno causato almeno un morto, mentre i soccorritori stanno cercando alcuni marinai che risultano dispersi.

Una portacontainer è stata colpita da un “proiettile non identificato” al largo degli Emirati Arabi Uniti, ha riferito l’agenzia marittima britannica Ukmto. Altre tre navi erano state colpite il giorno prima.

Il presidente statunitense Donald Trump ha promesso che presto “regnerà una grande sicurezza” nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto.

Ha dichiarato che le forze armate statunitensi hanno colpito “28 navi posamine iraniane”. Uno dei grandi timori della comunità internazionale è che Teheran possa minare lo stretto.

“L’Iran è vicino alla sconfitta”, ha aggiunto il presidente statunitense.

Il New York Times ha riferito, citando fonti del congresso, che la prima settimana di guerra è costata agli Stati Uniti più di undici miliardi di dollari.

I Guardiani della rivoluzione, l’esercito ideologico dell’Iran, si sono detti pronti a una guerra di lunga durata.

Ali Fadavi, uno dei leader dei Guardiani della rivoluzione, ha affermato che l’Iran è pronto a “una guerra di logoramento in grado di distruggere l’economia statunitense e mondiale”.

L’11 marzo l’esercito iraniano ha dichiarato di voler colpire “i centri di potere economici e bancari del Golfo”, mentre l’agenzia di stampa statale Tasnim ha citato come “futuri obiettivi” varie aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Amazon, Google, Microsoft, Ibm Oracle e Nvidia.

La multinazionale statunitense Citigroup e quelle britanniche Deloitte e Pwc hanno chiuso i loro uffici a Dubai dopo aver ricevuto minacce.

Il conflitto potrebbe presto estendersi ai porti. L’11 marzo l’esercito statunitense ha invitato i civili iraniani ad allontanarsi dai porti iraniani nella zona dello stretto di Hormuz.

L’esercito iraniano ha replicato che in caso di attacco “tutti i porti della regione diventerebbero obiettivi legittimi”.

Nelle ultime ventiquattr’ore Israele ha continuato i suoi attacchi in Iran e in Libano. La sera dell’11 marzo pesanti bombardamenti sono stati segnalati alla periferia sud della capitale libanese Beirut.

Secondo il governo libanese, finora gli attacchi israeliani hanno causato almeno 634 morti e più di 800mila sfollati nel paese.

Una base militare italiana è stata attaccata a Erbil, il capoluogo del Kurdistan iracheno, ma non ci sono stati feriti, ha annunciato il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani.

I militari italiani sono in missione in Iraq per addestrare i membri delle forze di sicurezza curde nell’ambito della coalizione internazionale antijihadista guidata dagli Stati Uniti.