Giuseppe Conte a Roma, il 29 agosto 2019. (Angelo Carconi, Ansa)

Il secondo governo Conte visto dalla stampa internazionale

Giuseppe Conte a Roma, il 29 agosto 2019. (Angelo Carconi, Ansa)
29 agosto 2019 15:39

Un nuovo governo per l’Italia
The Economist
Giuseppe Conte è pronto ad arrivare con decisione fin dove nessun tecnocrate italiano è mai arrivato prima. In Italia i presidenti del consiglio indipendenti alla fine dei loro governi o si ritirano o vengono messi da parte dagli elettori se provano a rimanere in sella. Ma il 29 agosto il presidente Sergio Mattarella ha chiesto a Conte di formare un nuovo governo, questa volta mettendo insieme l’antiestablishment Movimento 5 stelle (M5s) e il Partito democratico (Pd).

Conte ha già trascorso gli ultimi quattordici mesi a capo di un esecutivo populista tra i cinquestelle e la Lega. Il leader leghista, Matteo Salvini, ha sconsideratamente tirato via il tappo, pensando che fosse sotto i piedi degli alleati mentre in realtà era sotto i suoi.

Un secondo governo Conte soddisferà i funzionari di Bruxelles. Ma ci sono alcuni ostacoli. L’M5s vuole chiedere l’approvazione degli iscritti alla piattaforma Rousseau alla nuova alleanza. Se il voto online sarà contrario, probabilmente ci saranno elezioni generali. L’Italia non se lo può permettere. Il parlamento deve approvare una legge di bilancio per il 2020 entro la fine dell’anno.

Inoltre, nonostante più di una settimana di tortuosi negoziati, i cinquestelle e il Pd non sembrano aver concordato molto, oltre al nome del presidente del consiglio. Cosa ancora più importante, le due parti hanno culture molto diverse. Anche se la maggior parte degli attivisti a cinquestelle guarda a sinistra, il partito disprezza l’élite liberale che vede incarnata nel Pd. Da questo punto di vista non c’erano problemi con la Lega, anche se l’M5s ha dovuto sostenere politiche che trovava sgradevoli.

Il nuovo governo estromette l’estrema destra
James Horowitz, The New York Times
L’improvvisa inversione di tendenza nella politica italiana è stata un sollievo per l’establishment europeo dopo 14 mesi di provocazioni euroscettiche, azioni contro i migranti e violazioni delle regole finanziarie dell’Unione europea. I leader dell’M5s e del Pd hanno superato le aspre differenze e hanno convenuto che il presidente del consiglio uscente, Giuseppe Conte, deve guidare il nuovo governo.

Dopo la crisi finanziaria di dieci anni fa, l’Italia, come altri importanti paesi europei, si è trovata di fronte al crollo dei partiti politici tradizionali, che avevano dominato la scena dopo la seconda guerra mondiale. L’M5s è stato un catalizzatore di quell’implosione, il Pd una vittima. Quella storia rende la nuova coalizione un matrimonio di convenienza tra acerrimi nemici, che potrebbe rivelarsi non più stabile, o meno conflittuale, del governo che sta sostituendo.

Nell’M5s c’è ancora una forte dose di populismo, che ha alimentato le paure che l’Italia – gravata da un debito enorme e una crescita zero – sia un terreno precario per gli investitori stranieri e un luogo inospitale per i suoi giovani ambiziosi e di talento. L’improbabile unione tra i cinquestelle e i democratici deve poco a una visione condivisa e molto ai secolari motori della politica italiana: vendetta, opportunità e interessi condivisi.

Soprattutto, è nata da un notevole errore da parte del ministro dell’interno italiano, Matteo Salvini. Il leader della Lega aveva cercato di consolidare il suo crescente consenso staccando la spina al governo con i cinquestelle. Ha chiesto elezioni anticipate e pieni poteri. È stato un enorme passo falso, poiché apparentemente non ha tenuto conto della possibilità che l’M5s e il Pd avrebbero superato il loro reciproco odio e si sarebbero uniti in parlamento per fermarlo. Lo hanno fatto, e lui si è ritrovato esautorato.

Per alcuni sostenitori dell’establishment europeo è un “ritorno alla normalità”. Ma la coalizione è ben lungi dall’essere normale. Sotto molti aspetti la nuova alleanza ha meno in comune di quanto non lo abbiano cinquestelle e Lega, che condividono il disprezzo per la competenza, l’élite e la globalizzazione.

Un algoritmo democristiano
Daniel Verdú, El País
“Moriremo democristiani”, si diceva un tempo in Italia. Sono passati anni e repubbliche, ma la genetica democristiana, spogliata della sua diabolica raffinatezza, continua a imporsi in un modo o nell’altro nella politica del paese. Il Movimento 5 stelle, il partito che voleva rompere con la vecchia logica di potere – con la stessa leggendaria capacità del partito fondato da Alcide De Gasperi di guardare indifferentemente da una parte e un’altra dell’arco parlamentare per cercare alleati e mantenere intatto il potere – ha tradito la sua essenza per conservare il 33 per cento ottenuto nelle ultime elezioni politiche.

Il problema per l’M5s ora ha anche una dimensione interna. La sua militanza eterodossa – secondo alcuni studi circa il 60 per cento tende a destra e il 40 per cento a sinistra – sta digerendo con difficoltà che i leader del partito, a cominciare dal fondatore, Beppe Grillo, facciano una svolta di 180 gradi con l’unico obiettivo di evitare elezioni dove sarebbero stati spazzati via da Matteo Salvini. Un atteggiamento tipico della vecchia politica contro la quale per anni sono scesi in piazza con il loro emblematico “vaffanculo”.

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Nel frattempo Luigi di Maio, forse il più democristiano dei grillini, ha continuato a fare la politica “dei due forni “. Il partito, a causa di questo crescente disagio della base, sottoporrà la decisione finale a un voto sulla piattaforma tecnologica Rousseau. Il problema, come sempre, è che il livello di opacità del dispositivo – creato e gestito privatamente da uno dei fondatori – è totale e il numero di persone autorizzate a partecipare al voto è estremamente limitato rispetto ai suoi elettori: l’ultima consultazione ha coinvolto circa 50mila persone registrate.

Al di là dei dubbi che solleva, il voto è considerato un’enorme scortesia istituzionale nei confronti del capo dello stato. Nelle forme i cinquestelle sono ancora lontani dalla leggendaria finezza dei democristiani.

Salvini, l’uomo dell’autogol
Olivier Bonnel, Le Monde
Punteggiava i suoi commenti su Tweet o Facebook sempre con: “Non mi arrendo mai”. Una formula che manca da diversi giorni e che testimonia la battuta d’arresto vissuta da Matteo Salvini. Sebbene sia ancora fragile, l’accordo tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico è sicuramente una sconfitta politica per il leader della Lega. “Matteo Salvini è il grande perdente perché pensava di poter forzare la costituzione”, afferma Mario Giro, viceministro degli esteri del governo di Paolo Gentiloni. “L’essenziale è che il sovranismo non ha vinto ”, continua, in un paese in cui i discorsi xenofobi e di chiusura dell’ex ministro dell’interno hanno dominato gli ultimi quattordici mesi.

La scommessa persa di Salvini è prima di tutto frutto di un’accelerazione imposta da lui stesso, visto che tre settimane fa ha innescato la crisi politica al punto di sfidare il proprio governo. Ma il leader della Lega è stato riportato alla realtà dal sistema politico italiano, una repubblica parlamentare dove il gioco istituzionale rimane fondamentale nell’esercizio del potere. “Voleva cambiare la natura della democrazia italiana e ha perso. Non possiamo schiacciare la costituzione, la democrazia parlamentare ha preso il potere”, riassume Mario Giro.

(Plantu, Le Monde)

Il 28 agosto, Matteo Salvini, alla conferenza stampa al Quirinale, voleva mostrarsi combattivo, ma aveva difficoltà a nascondere il sapore della sconfitta. Secondo lui il governo Conte bis è stato “deciso a Biarritz” durante il vertice del G7, ha attaccato, vedendo la mano di Parigi e Berlino dietro al ritorno del presidente del consiglio.

I calcoli azzardati dell’ex ministro hanno però eroso la sua popolarità. Secondo un sondaggio dell’istituto Ipsos pubblicato dal Corriere della Sera, il suo indice di gradimento è sceso di 15 punti rispetto a luglio, mentre quello del presidente Mattarella è aumentato e quello di Giuseppe Conte è rimasto relativamente stabile. Ma se Salvini ha perso una battaglia, la guerra è tutt’altro che finita per questo animale politico, abituato alla battaglia. Essendo una bestia ferita, probabilmente non è mai stato così pericoloso come lo è oggi da avversario della nuova coalizione.

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