11 febbraio 2020 09:48

Il 9 febbraio, in una nota, il ministero degli esteri ha annunciato di aver inviato al governo di Tripoli la richiesta di modificare il memorandum di intesa sui migranti firmato il 2 febbraio 2017 e rinnovato automaticamente il 2 febbraio di quest’anno, per altri tre anni. Nel comunicato la Farnesina ha spiegato di voler introdurre “significative innovazioni per garantire più estese tutele ai migranti, ai richiedenti asilo ed in particolare alle persone vulnerabili vittime dei traffici irregolari che attraversano la Libia” e di voler promuovere “il rispetto dei princìpi della convenzione di Ginevra e delle altre norme di diritto internazionale sui diritti umani”.

Gli emendamenti sono articolati in otto punti e riguardano soprattutto la presenza dell’Onu in Libia. Molti dubbi sono stati sollevati tuttavia sulla possibilità effettiva di migliorare la condizione degli stranieri nei centri di detenzione di un paese che non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e in cui è particolarmente difficile operare per le organizzazioni internazionali a causa della guerra in corso e del caos politico e istituzionale seguito alla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011.

La posizione dell’Unhcr
Secondo fonti governative italiane, il testo degli emendamenti non è ancora stato reso pubblico per non influenzare la trattativa in corso con i libici, che erano già stati allertati dei cambiamenti durante l’incontro tra il ministro degli esteri Luigi Di Maio e il ministro dell’interno del governo di unità nazionale Fathi Bashaga, avvenuto a Roma il 3 febbraio 2020. Parlando in una trasmissione televisiva, la ministra dell’interno Luciana Lamorgese ha detto che l’accordo è stato rinnovato il 2 febbraio con l’intento di cambiarlo e – come aveva più volte anticipato – ha ribadito che gli emendamenti richiesti avranno a che fare con “il lavoro delle agenzie dell’Onu: Unhcr e Oim”, che dovranno essere aiutate “nella loro attività nei campi di detenzione” con l’obiettivo di “migliorare la situazione dei diritti umani”.

La portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) in Italia Carlotta Sami ha commentato la notizia, confermando che l’Unhcr non è stata interpellata dal governo italiano nella stesura delle modifiche del Memorandum. Sami ha detto che le richieste da parte dell’agenzia dell’Onu continuano a essere le stesse: “Chiusura di tutti i centri di detenzione, sostegno anche economico ai rifugiati che vivono nel paese e ripristino del piano di trasferimento dei rifugiati rinchiusi nei centri”. In Libia al momento ci sono 19 centri di detenzione governativi dove – secondo le stime dell’Unhcr – sarebbero rinchiuse circa duemila persone (un numero inferiore rispetto ai cinquemila di qualche mese fa), e le organizzazioni internazionali hanno un accesso limitato e sporadico solo a tre di questi centri.

“Continuiamo a essere presenti nel paese, ma la nostra possibilità di azione è estremamente limitata”, afferma Sami. Infine c’è il Gathering and departure facility (Gdf), un centro di transito per rifugiati aperto a Tripoli nell’autunno 2018, in cui avrebbero dovuto essere ospitati tutti i rifugiati che sono stati registrati dall’Unhcr durante le visite ai centri di detenzione, prima di essere spostati dalla Libia in altri paesi come il Niger e il Ruanda con i programmi di trasferimento.

Il 30 gennaio 2020 l’Unhcr ha annunciato di aver sospeso le sue operazioni nel Gdf di Tripoli a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, conseguentemente all’aggravarsi del conflitto in Libia. “Temiamo che l’intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili”, ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione dell’Unhcr in Libia, spiegando la decisione.

Già qualche mese fa, in una conferenza stampa tenuta a Roma il 22 ottobre, sia Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo centrale, sia Jean-Paul Cavalieri, capo della missione per la Libia avevano detto che l’Unhcr non era più in grado di controllare il Gdf. “In un primo tempo nel centro erano presenti solo persone che noi avevamo individuato come rifugiati”, aveva spiegato Cochetel. “Ora molte delle persone che sono nel centro non le abbiamo individuate noi”. Sami ha spiegato infine che le persone ospitate nel centro sono state trasferite in altre strutture.

Le critiche all’accordo
Molti parlamentari e alcune ong e associazioni hanno criticato l’annuncio delle modifiche al Memorandum che è sotto accusa sin dalla sua firma nel 2017. Il deputato del Partito democratico Matteo Orfini ha chiesto al suo partito di “non chiudere ancora una volta gli occhi di fronte all’orrore”, perché “nei fatti stiamo continuando ad armare e finanziare chi viola sistematicamente i diritti umani, chi stupra, tortura, uccide”. Anche per la senatrice di Leu Loredana De Petris “le modifiche proposte dal ministro degli esteri sono del tutto insufficienti”, mentre per il senatore del gruppo misto Gregorio De Falco le modifiche richieste sono “modeste integrazioni di stile che evocano i diritti umani”.

I Radicali chiedono l’immediata sospensione dell’accordo e scrivono in un comunicato: “Siamo curiosi di conoscere le ‘significative innovazioni’ che il ministero degli esteri italiano avrebbe proposto alla Libia per garantire la piena tutela dei diritti umani di rifugiati e migranti, nell’ambito del memorandum. Con il livello di violenza generalizzata che dilaga nel paese, fino a quando l’accordo per il contenimento dei flussi migratori sarà in vigore non ci sarà modo di evitare di esporre migranti e rifugiati al rischio di abusi e maltrattamenti”.

Sulle stesse posizioni Alessandra Sciurba, portavoce dell’ong Mediterranea, che su Facebook scrive: “Invece di stracciare con vergogna quell’accordo adesso si pensa che inserire due righe sulla tutela dei diritti umani basti a lavarsi la coscienza, mentre in Libia è scoppiata una guerra terribile e gli stessi cittadini di quel paese rischiano ogni giorno la vita”. Il responsabile immigrazione dell’Arci Filippo Miraglia in una nota sottolinea che “il Memorandum va cancellato o, per lo meno, sospeso, perché alimenta il conflitto e i crimini contro l’umanità che vengono perpetrati nei lager libici”. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha sottolineato che “va interrotta ogni forma di collaborazione con le cosiddette autorità libiche nell’ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare e ogni attività a sostegno del sistema di centri di detenzione” e inoltre denuncia che: “Il memorandum ha natura politica e comporta oneri alle finanze ma, in violazione dell’articolo 80 della costituzione, non è stato sottoposto a una legge di autorizzazione alla ratifica da parte del parlamento”.

Padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli sottolinea come “in queste ore di angoscia e apprensione per la sorte di decine di migranti che si trovano in serio pericolo di vita nell’indifferenza dei governi europei, il richiamo al rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali nella nota emessa dalla Farnesina per la revisione del memorandum con la Libia sembra essere una stridente contraddizione”.

Cosa prevede l’accordo e quanto costa
Il Memorandum, che estende la validità del primo trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia, sottoscritto nel 2008 dall’allora governo Berlusconi con il governo di Muammar Gheddafi, prevede che Roma finanzi la cosiddetta guardia costiera libica e i centri di detenzione in cui sono rinchiusi gli stranieri nel paese nordafricano. L’accordo è stato molto criticato sia in Libia sia in Italia a partire dalla sua firma, perché ha permesso di finanziare i gruppi militari che nel paese gestiscono i centri di detenzione, strutture in cui sono state documentate violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani.

Le Nazioni Unite hanno definito “inimmaginabili orrori” i trattamenti subiti dagli immigrati rinchiusi nei centri in Libia. A partire dalla testimonianza di 1.300 persone intervistate tra il gennaio del 2017 e l’agosto del 2018 la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e l’Ufficio dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) hanno scritto un documento di sessanta pagine che descrive gravi violazioni, atrocità e abusi “commessi dai funzionari pubblici, dai miliziani che fanno parte di gruppi armati e dai trafficanti”, in un contesto di assoluta impunità.

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Le critiche al Memorandum riguardano anche la formazione e il finanziamento della cosiddetta guardia costiera libica, un corpo militare composto in molti casi da ex trafficanti di esseri umani e miliziani, accusato di abusi e violenze verso i migranti, a cui è stato affidato il compito d’intercettare le imbarcazioni al largo delle coste e riportarle in Libia, un paese che non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati e che non è considerato sicuro da tutte le organizzazioni internazionali. Molti analisti parlano nel caso della guardia costiera libica di respingimenti “per procura”, cioè di uno stratagemma messo in campo dall’Europa per respingere i migranti, senza incorrere in condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

L’Italia era stata già condannata nel 2012 per aver respinto in Libia dei richiedenti asilo (nel caso Hirsi-Jamaa e altri contro Italia) e per questo avrebbe affidato ai libici questa attività. L’ultima a criticare la cooperazione dell’Italia con Tripoli è stata la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, che il 31 gennaio ha chiesto al governo italiano di “sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la guardia costiera libica, fino a che non sarà certo che vi siano garanzie sul rispetto dei diritti umani”.

Un’altra questione riguarda i fondi destinati a finanziare l’accordo: secondo un recente rapporto di Oxfam, l’Italia ha versato al governo di unità nazionale libico (Gna) oltre 150 milioni di euro solo per la formazione del personale dei centri di detenzione e per la fornitura di mezzi alla guardia costiera, a cui vanno aggiunti 91,3 milioni di fondi europei destinati alla guardia costiera. Un’inchiesta dell’Associated Press pubblicata il 31 dicembre 2019 ha svelato che una parte dei soldi che l’Unione europea ha inviato in Libia negli ultimi tre anni (oltre 327 milioni di euro) per bloccare le partenze dei migranti e migliorare le condizioni nei centri di detenzione del paese sono finiti in realtà nelle mani di trafficanti di esseri umani e miliziani che hanno poi riciclato il denaro in Tunisia.

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