Salonicco, Grecia, il 1 dicembre 2014, la giornata mondiale contro l’aids. (Giannis Papanikos, NurPhoto via Getty Images)

Le contraddizioni della lotta all’aids

Salonicco, Grecia, il 1 dicembre 2014, la giornata mondiale contro l’aids. (Giannis Papanikos, NurPhoto via Getty Images)
01 dicembre 2017 11:33

A volte potrebbe sembrare che le campagne di sensibilizzazione sull’aids e l’hiv di questi ultimi anni abbiano un carattere schizofrenico. Da un lato c’è lo sforzo di normalizzare la condizione di sieropositività e insistere sul fatto che, con la giusta terapia, il virus dell’hiv si riduce a una malattia cronica; dall’altro, si denuncia un allarmante abbassamento della guardia e una drastica diminuzione delle campagne di prevenzione dell’hiv, che sta esponendo la generazione più giovane a una maggiore disinformazione e a più rischi rispetto a quelle precedenti.

Tranquillizzare da un lato e mettere in guardia dall’altro: parlare di hiv oggi significa rispondere a due esigenze apparentemente inconciliabili. E così, spiegando che una persona sieropositiva sotto trattamento vive in buona salute e non è contagiosa si rischia di avere l’effetto collaterale di abbassare la percezione dei rischi legati al virus dell’hiv.

Strategie differenti
Uno dei motivi di questa contraddizione è la complessità del fenomeno. Quando parliamo di sieropositività mettiamo sotto lo stesso ombrello realtà diversissime: è evidente per esempio che l’epidemia di aids in Africa ha molto poco a che fare con lo stigma sociale dei sieropositivi in Nordeuropa, e così le strategie di sensibilizzazione da mettere in atto sono profondamente differenti.

Due anni fa ho partecipato a un seminario organizzato da The Center, una delle principali associazioni lgbt di New York, intitolato: “Uscire con un ragazzo sieropositivo: regole di comportamento”. La prima cosa che ho notato è stato l’uso delle parole: quando parlavano della loro sieropositività, gli ospiti del panel non dicevano “quando ho contratto l’hiv” ma piuttosto “quando sono diventato positivo”, abbandonando ogni riferimento all’idea di malattia e trattandola come una semplice condizione.

Essere sieropositivi a Manhattan ha sempre meno a che fare con una malattia

Gli interlocutori del workshop, che era sponsorizzato da un servizio di incontri online, mi hanno colpito per la leggerezza con cui trattavano la questione, dandomi l’impressione che “Uscire con un ragazzo sieropositivo” potesse essere il primo di una serie di incontri in cui inserire anche “Uscire con un ragazzo più alto della media” o “Uscire con una ragazza afroamericana”. E mi sono reso conto che essere sieropositivi a Manhattan ha sempre meno a che fare con una malattia.

Lo stesso clima di ottimismo l’ho respirato nei due anni in cui ho vissuto a Londra, che poi sono stati quelli in cui nella capitale britannica si è registrato un crollo di nuove diagnosi di hiv negli omosessuali maschi: tra il 2015 e il 2017 il centro per la salute sessuale 56 Dean street di Londra – il più grande d’Europa – ha registrato un calo dell’80 per cento nei nuovi casi di hiv. Questo stupefacente risultato è da attribuire principalmente a due fattori: un’aggressiva politica di diffusione dei test e il conseguente aumento del numero di diagnosi precoci, e quindi di sieropositivi sottoposti alla terapia antiretrovirale e non più contagiosi. Tutto questo, unito alla recente diffusione del PreP, un nuovo medicinale preventivo che riduce al minimo il rischio di contagio nei rapporti non protetti, ha invertito in modo quasi miracoloso la tendenza degli ultimi decenni.

Emergenza non superata
L’infermiera di un ambulatorio per la salute sessuale dell’Hertfordshire, in Inghilterra, mi ha spiegato che una parte cruciale del suo mestiere è diventata far sentire benvenuti tutti quelli che vengono a fare i test per le malattie sessualmente trasmissibili, e di convincere quelli che fanno regolarmente sesso con più partner a prendere l’abitudine di fare i test ogni tre mesi: “Il governo ha capito che le diagnosi precoci riducono drasticamente i costi delle epidemie e ha deciso di investire in modo massiccio sulla diffusione dei centri per gli esami”.

In Australia, l’annuncio nel 2016 che l’epidemia di aids è stata debellata ha suscitato grande entusiasmo. I nuovi casi di aids sono diventati nettamente inferiori ai decessi di persone che hanno la malattia e dunque l’epidemia si può considerare conclusa. Stessa cosa vale per la Danimarca, che oltre all’epidemia di aids è ormai vicina a debellare anche quella dell’hiv: il tasso di nuove infezioni annue tra i danesi omosessuali è solo dello 0,14 per cento, vale a dire uno ogni settecento. Un dato molto vicino alla soglia di uno ogni mille fissata dall’Organizzazione mondiale della sanità per arrivare a eliminare l’epidemia di hiv.

È dunque evidente che in contesti come Londra o la Danimarca, dove politiche lungimiranti ed efficaci sono riuscite a mettere sotto controllo la diffusione dell’aids e dell’hiv, le campagne delle associazioni che si occupano di persone sieropositive si concentrano sulla lotta allo stigma verso i sieropositivi più che sulla promozione del sesso sicuro.

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Eppure basta allargare l’obiettivo sul resto d’Europa per capire che l’emergenza è tutt’altro che superata: nel 2016 il vecchio continente ha registrato 160mila nuovi casi di hiv, il numero di contagi annui più alto di sempre, all’80 per cento avvenuto in Europa orientale. In Italia, per esempio, anche se i 3.451 nuovi casi di hiv del 2016 sono una leggera diminuzione rispetto a quelli dell’anno precedente, sarebbe un errore lasciarsi trascinare dall’ottimismo di Australia, Danimarca o New York, perché qui c’è ancora bisogno di un’aggressiva politica di promozione di test a tappeto accessibili a tutti.

“Il problema è che molto spesso arrivano da noi pazienti con malattia conclamata”, ha dichiarato nei giorni scorsi Gianni Rezza, direttore del dipartimento delle malattie infettive dell’istituto superiore di sanità. “Questo perché oltre l’80 per cento di chi dall’hiv arriva all’aids non ha avuto accesso alla terapia, perché non ha mai fatto il test”.

In Italia, quindi, ci si ammala ancora di aids e ad ammalarsi sono i sieropositivi che non sanno di esserlo. Il discorso che in qualche modo riesce a mettere insieme le due esigenze apparentemente contrastanti delle campagne sull’aids e l’hiv – tranquillizzare e mettere in guardia – trova quindi una sua sintesi in un principio molto semplice: oggi il problema non sono più le persone sieropositive, ma le persone erroneamente convinte di non esserlo. Persone ignare della loro condizione che, non sottoponendosi a nessuna terapia, favoriscono la trasmissione del virus e rischiano di sviluppare l’aids. Ed è quindi su queste che ci si deve concentrare se si vuole davvero fermare l’epidemia di aids e hiv.

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