Il principe indiano Manvendra Singh Gohil (il primo da sinistra) a West Hollywood, California, il 12 giugno 2016.

C’era una volta in India un principe gay

Il principe indiano Manvendra Singh Gohil (il primo da sinistra) a West Hollywood, California, il 12 giugno 2016.
12 gennaio 2018 13:14

“E così il principe gay spalancò le porte del suo palazzo dorato e diede rifugio a tutti gli omosessuali del regno che si trovavano in difficoltà”. Sembra il lieto fine di una favola molto moderna, ma è successo davvero.

Il principe in questione si chiama Manvendra Singh Gohil ed è figlio del maharaja di Rajpipla, un regno nell’India occidentale abolito nel 1971. Mantenendo una promessa fatta quasi dieci anni fa, nei giorni scorsi Manvendra ha inaugurato un centro di accoglienza per gay, lesbiche e transessuali costruito nei giardini antistanti il palazzo reale della sua famiglia. Il centro è gestito dalla Lakshya trust, l’associazione di attivisti lgbt che il principe ha fondato oltre dieci anni fa, e ospiterà persone cacciate di casa per via del loro orientamento sessuale o identità di genere, offrendogli protezione finanziaria e assistenza sociale.

Strada in salita
Per la comunità lbgt dell’India, paese dove l’omosessualità resta ancora un reato, la storia di Manvendra ha effettivamente il sapore di una favola. Nel 2006 la notizia del suo coming out ha fatto il giro del mondo, tanto che è stato ospite del talk show di Oprah Winfrey e uno dei protagonisti di Undercover princes trasmesso da Bbc3.

A 52 anni, oggi Manvendra è amato dal pubblico ed è considerato un importante punto di riferimento per gli omosessuali indiani. Ma, per quello che i mezzi d’informazione hanno ribattezzato “il primo principe gay”, la strada è cominciata in salita.

Primo in linea di successione per assumere il titolo onorifico del padre, Manvendra ha avuto un’infanzia solitaria e ha ricevuto un’educazione conservatrice. Ha raccontato che i suoi genitori erano sempre assenti ed è stato allevato da un gruppo di domestici. A otto anni si è reso conto che quella che lui considerava sua madre era in realtà la governante.

Nel 2006, dopo il fallimento del suo primo matrimonio, i genitori ne avevano già combinato un secondo con un’altra discendente dell’aristocrazia indiana. Ma un grave esaurimento nervoso di Manvendra aveva fatto naufragare i loro piani: il principe non aveva più retto e aveva confidato ai genitori di essere omosessuale. E non si era fermato lì. Contravvenendo agli ordini di suo padre di mantenere segreto il suo orientamento sessuale, come avevano fatto in passato altri principi e re, lui ha fatto l’esatto contrario: un coming out sui giornali.

Il padre e sua moglie l’hanno pubblicamente diseredato e per anni non hanno più avuto rapporti con lui, ma per Manvendra è cominciata l’ascesa come icona gay nell’omofoba India. Rajpipla, la sua città, è diventata un polo del movimento lgbt indiano: è qui che si è svolta la prima conferenza sull’omossessualità del paese ed è sempre qui che è stato girato Yours emotionally, il primo film indiano a tematica gay. E ora il principe è impegnato in prima linea per il riconoscimento dei diritti per le persone lgbt.

Anche se è previsto il carcere, dal 2013 a oggi non è stato registrato nessun arresto per omosessualità

Già, perché se il percorso personale di Manvendra è stato di alti e bassi, lo stesso si può dire della condizione dei diritti civili in India: l’8 gennaio la corte suprema indiana ha accettato di esaminare la costituzionalità dell’articolo 377 del codice penale che vieta i “rapporti contro natura”. Il testo, risalente all’ottocento, è un retaggio del colonialismo britannico e prevede il carcere per atti di omosessualità, pedofilia e zoofilia.

Nel 2009 lo stesso articolo era stato abrogato dall’alta corte di New Delhi ma, quattro anni più tardi, nel dicembre 2013, la corte suprema aveva annullato la decisione, dichiarando che spettava al legislatore e non al potere giudiziario di cambiare la legge sull’omosessualità.

Un nuovo punto di partenza
Ora, però, accettando di esaminare la revisione dell’articolo 377 la corte suscita enormi speranze nella comunità lgbt indiana. Va considerato infatti che dal 2013 a oggi non è stato registrato nessun arresto per omosessualità e che lo scorso anno, con una sentenza interpretativa della costituzione, la corte ha già spianato la strada alla depenalizzazione dell’omosessualità, con un esplicito riferimento al rispetto della vita privata delle persone e del loro orientamento sessuale.

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Alcune dichiarazioni dei giudici rilasciate nei mesi scorsi lasciano intendere che la corte sia pronta ad adeguare il codice penale alla più recente interpretazione della costituzione, e ad abrogare definitivamente l’articolo 377.

Più che un traguardo, per gli omosessuali e transessuali indiani si tratterebbe di un importante punto di partenza, visto che la strada per il pieno riconoscimento dei loro diritti è ancora lunga. Ma storie come quella di Manvendra mostrano che la società civile indiana è in fermento.

Il principe nel frattempo si è riconciliato con suo padre e ha annunciato una decisione senza precedenti nell’aristocrazia indiana: “Finora mi sono assunto tutti i doveri di principe e voglio continuare a farlo. E ho intenzione di adottare un bambino, per assicurarmi che la nostra tradizione continui”.

Per il principe Manvendra si tratterebbe di un lieto fine straordinario, in attesa che anche tutti gli altri omosessuali dell’India possano vivere felici e contenti.

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