Com’è un concerto di Kendrick Lamar

26 febbraio 2018 18:00

La musica americana è fatta anche di grandi narrazioni sociali. Bob Dylan ha dato voce ai movimenti per i diritti civili negli anni sessanta, Bruce Springsteen ha raccontato la deindustrializzazione nelle città di provincia e la crisi della classe media negli anni settanta e ottanta, Grandmaster flash e gli N.W.A. hanno fatto scoprire al resto del mondo le storie dei ghetti di New York e di Los Angeles.

Nel 2018 nessuno riesce a raccontare gli Stati Uniti meglio di Kendrick Lamar, il rapper trentenne di Compton, Los Angeles. La vita delle periferie statunitensi, la violenza delle gang e quella della polizia contro i neri, il razzismo e la fine della presidenza Obama: l’hip hop di Lamar è una cartina di tornasole dell’America contemporanea.

Il 23 febbraio ad Amsterdam, durante il suo concerto allo Ziggo Dome, Lamar ha condensato questo grande affresco in un’ora e mezza, dandogli un tocco pop quasi patinato, in grado di rendere il messaggio accattivante. Ha fatto politica facendo una festa. E ha fatto aumentare il rimpianto per noi italiani, che quest’anno non lo vedremo dal vivo nel nostro paese.

L’identità nera sul palco
Sono le nove quando Lamar sale sul palco, dopo l’ottimo concerto della spalla (chiamarlo così è molto riduttivo) James Blake. Prima dell’inizio, sui tre megaschermi sul palco comincia The Damn legend of Kung Fu Kenny, una specie di (surreale) film di arti marziali con protagonista lo stesso Lamar (Kung Fu Kenny è un suo alter ego, ispirato a una personaggio di Colpo grosso al drago rosso).

Il video dura pochi minuti e Lamar, avvolto dal fumo, appare su una pedana da sotto il palco. È inginocchiato e tiene lo sguardo basso per almeno un minuto. È vestito con un lungo camicione bianco che somiglia a una tunica e ha i capelli raccolti. Mentre il rapper continua a guardare in basso, parte l’intro del primo brano in scaletta, Dna: è un audio preso da una trasmissione di Fox News, nel quale le persone in studio criticano aspramente Lamar e dicono che “l’hip hop in questi anni ha fatto più danni ai giovani afroamericani del razzismo”.

La risposta di Lamar è nelle strofe di Dna: “I got loyalty, got royalty inside my dna (Ho lealtà, la nobiltà è nel mio dna)”. Dna, come tante canzoni di Lamar, affronta l’identità nera in modo complesso, celebrandola senza tralasciare i suoi lati oscuri (la violenza delle gang prima di tutto).

Minimalismo e magnetismo
La prima cosa che colpisce appena comincia il live è il pubblico: ovviamente la maggioranza delle persone sono bianche ed europee, eppure sanno i testi a memoria, saltano e ballano, soprattutto nel parterre. Visti dal primo anello (dove mi trovavo io) sono una specie di spettacolo nello spettacolo. L’altra cosa che si nota è che Kendrick Lamar è da solo sul palco. La band c’è, ma quasi non si vede, perché è sul lato destro del palco, in basso, come se fosse un’orchestra nella buca del teatro. La scenografia è minimalista, megaschermi a parte. Ogni tanto sale sul palco una ballerina e nient’altro. A tenere la scena ci pensa lui, con il suo flow impeccabile e un magnetismo totale, che non ha bisogno di alcun gesto plateale, di alcuna ruffianeria verso il pubblico.

Il concerto è una specie greatest hits dal ritmo serrato. Quasi non ci sono pause tra una canzone e l’altra. La maggior parte dei brani fanno parte dell’ultimo album – Damn – ma anche il primo disco – Good kid, M.A.A.D city, il più autobiografico della carriera di Lamar – è ben rappresentato: Swimming pools e Bitch, don’t kill my vibe sono tra i momenti più intensi della serata. I brani del capolavoro To pimp a butterfly sono solo due: King Kunta e Alright, diventata un inno del movimento Black lives matters.

Nella prima parte della scaletta c’è spazio anche per due cover: Goosebumps di Travis Scott, uno dei più importanti “trapper” contemporanei, e Collard greens di ScHoolboy Q. Non mancano i singoloni come Loyalty, dove c’è Rihanna (la sua voce è ovviamente registrata). Per cantare Lust e Money trees, altro brano di Good kid, M.A.A.D city, Lamar s’infila dentro a una gabbia che spunta al centro della platea, in uno dei momenti più smaccatamente pop del concerto.

Lo Ziggo Dome
Non si può non dire qualcosa sullo Ziggo Dome, la struttura che ha ospitato il concerto: un’arena coperta da circa 17mila posti con un’ottima visibilità e un’acustica perfetta, a cinque minuti dalla fermata della metropolitana. Trovarle un difetto, anche volendo, è impossibile.

Tra un pezzo e l’altro, senza pause e con un pubblico sempre più in moto perpetuo, si arriva al finale. È qui che succede una cosa che fa diventare il concerto una specie di rito collettivo. Lamar comincia a cantare Humble, forse il suo brano più famoso. Il pubblico di Amsterdam, seguendo un rito ormai collaudato in altre date, canta il ritornello a squarciagola. Lamar li lascia fare, chiaramente soddisfatto, e poi ferma il pezzo. “Lo dobbiamo rifare”, dice. E ricomincia.

Nel frattempo, in platea gli olandesi formano dei cerchi, all’interno dei quali ballano, si spingono, improvvisano acrobazie – a metà tra il pogo del punk e la break dance dell’hip hop. Arriva di nuovo il ritornello, il pubblico lo canta. Lamar si ferma ancora: “Dobbiamo battere il record mondiale stasera”, dice. E ricomincia. Il risultato finale è che Humble viene suonata sette volte di seguito.

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Quando il rapper torna sul palco per il bis, concede ancora un brano, God, e poi saluta il pubblico, dopo un’ora e mezza impeccabile di concerto. Potrebbe sembrare poco, ma a ripensarci non è mancato niente in questo spettacolo, a parte forse qualche brano di To pimp a butterfly.

L’impressione che si ha mentre si esce dallo Ziggo Dome è molto chiara: il rap di Kendrick Lamar, ormai, è una musica globale. Parla alla comunità nera, ma piace molto anche ai bianchi. Si nutre di storie americane, ma il suo messaggio è universale. Funziona nelle classifiche pop, ma influenza anche il dibattito politico. E quando lo vedi da solo su quel palco, vestito di bianco come un santone, che fa ballare 17mila persone in gran parte bianche, capisci che il messaggio è passato. Forte e chiaro.

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