I Tinariwen. (Marie Planeille, Anti)

I Tinariwen hanno fatto l’album migliore della loro carriera

I Tinariwen. (Marie Planeille, Anti)
14 settembre 2019 12:03

Tinariwen, Amalouna
Quella dei Tinariwen, collettivo di musicisti tuareg del Mali, è una storia di ribellione ed esilio. Il fondatore della band, Ibrahim Ag Alhabib, quando aveva quattro anni vide morire suo padre, ucciso durante una rivolta negli anni sessanta. E questa disperazione il gruppo se la porta dietro nella sua musica, che diventa spesso un canto di guerra. In Tamatant tilay, un brano del 2007, i Tinariwen cantavano: “Uccidiamo i nostri nemici e diventiamo come le aquile, libereremo tutti quelli che vivono nelle pianure”.

La musica dei Tinariwen racconta la nostalgia per la patria, la violenza della guerra e la resistenza con un’enfasi spirituale. E nel nuovo disco, intitolato Amadjar (che significa il viaggiatore straniero), la band ha raggiunto un compimento formale definitivo. Forse questo è il disco migliore della loro carriera. Amadjar è stato registrato durante un road trip nell’africa nordoccidentale con destinazione Nouakchott, in Mauritania. I Tinariwen hanno trasformato un camper in uno studio mobile, e hanno lavorato ai brani insieme alla cantante griot mauritana Noura Mint Seymali. Le registrazioni sono state perfezionate in seguito in occidente con il contributo di musicisti come Cass McCombs e Warren Ellis, braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds.

Si sente che i nuovi brani sono stati concepiti in un’atmosfera libera. Lo si percepisce da come le chitarre acustiche ed elettriche vanno a briglia sciolta, da come le voci s’intrecciano tra canti e parti parlate. Questo è il disco dei Tinariwen dove il deserto si sente di più. Gli ospiti occidentali aggiungono qualcosa, ma a prescindere da questo il gruppo appare molto ispirato. Il vero valore aggiunto però è Noura Mint Seymali, che con la sua voce arricchisce pezzi come Zawal e Amalouna. La mano di Ellis si sente molto nell’atmosferica Wartilla, che arriva nel finale dell’album.

Ovviamente non siamo in grado di capire le parole cantate dai Tinariwen. Ma non è un problema, la forza di questa musica arriva lo stesso. Non importa dov’è casa nostra, la nostalgia è un sentimento universale.


Sampa the Great, Freedom
Nata in Zambia, cresciuta in Botswana e poi negli Stati Uniti e in Australia. La rapper Sampa the Great usa la musica per rimettere insieme i cocci della sua identità. Quasi come se avesse un senso di colpa per aver lasciato l’Africa. “Cerco quello che è dentro di me, trapiantata fisicamente e cancellata spiritualmente”, canta in Mwana (che in lingua bemba significa “figlia”), il grandioso brano che apre il suo disco d’esordio, The return, uno dei dischi rap più freschi di quest’anno.

Le canzoni di Sampa the Great hanno sempre il cuore in Africa, ma pescano volentieri anche in occidente: gli echi del neo soul di Erykah Badu sono forti, così come quelli del jazz. In Time’s up il flow di Sampa fa pensare a Kendrick Lamar, che non a caso l’ha voluta come spalla in tour.

The return in realtà ha un problema comune con altri dischi rap recenti: ha troppe canzoni (il perché di questa tendenza è spiegato qui). Ed è un peccato perché dentro ci sono almeno cinque o sei singoli impeccabili, a partire da Omg e dalla sensuale Freedom, arricchita da dolci riff di chitarra. Alcuni omaggi, come quelli a Prince del brano The return, a volte suonano un po’ telefonati, ma Sampa the Great è un talento indiscutibile.


Swans, It’s coming it’s real
Dopo aver praticamente sciolto la sua band, qualche mese fa Michael Gira ha annunciato un nuovo corso per gli Swans, che non sembra poi tanto diverso da quello vecchio. I nuovi Swans pubblicheranno l’album Leaving meaning il 5 ottobre. Questo è il primo estratto, un oscuro gospel alla Nick Cave intitolato minacciosamente It’s coming it’s real.


Sarathy Korwar, Mumbay
Sarathy Korwar è un batterista e suonatore di tabla indiano trapiantato a Londra e ama mescolare il jazz con l’hip hop. Il suo ultimo disco, More arriving, parla d’immigrazione e altri temi sociali e ha diverse parti cantate in lingua hindi, marathi e punjabi. Vale lo stesso discorso fatto poco fa per i Tinariwen. Non c’è bisogno di conoscere il significato letterale di queste canzoni per capire cosa vuole dirci Korwar.


Niccolò Fabi, Io sono l’altro
Per descrivere il nuovo singolo di Niccolò Fabi, che anticipa il nuovo disco Tradizione e tradimento, in arrivo l’11 ottobre, conviene usare direttamente le sue parole: “Esiste un’espressione, in lak’ech, che nella cultura maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come ‘io sono un altro te’ o ‘tu sei un altro me’. L’altro è imprescindibile nella nostra vita e siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole”. È tornato uno dei più sottovalutati talenti del cantautorato italiano, e stavolta al folk sembra aver aggiunto un pizzico di elettronica.


P.S. Playlist aggiornata, buon ascolto!

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