La scrittrice Rachel Kushner nella sua casa a Los Angeles, California, aprile 2013. (Ricardo DeAratanha, Los Angeles Times via Getty Images)

Un romanzo che aiuta a capire la ferocia del carcere

La scrittrice Rachel Kushner nella sua casa a Los Angeles, California, aprile 2013. (Ricardo DeAratanha, Los Angeles Times via Getty Images)
12 luglio 2019 12:27

Per anni Rachel Kushner ha osservato uno spettacolo di fantasmi andare in scena davanti ai suoi occhi. La prima volta è successo nel 2014, quando ha cominciato a fare volontariato nelle carceri degli Stati Uniti. Frequentando i tribunali, seguendo le storie delle persone finite in galera, la scrittrice ha avuto l’impressione di trovarsi a teatro. “Da una parte il palco, con i giudici, gli imputati, l’accusa e la difesa, e dall’altra il pubblico seduto in platea”, racconta alla Casa delle letterature di Roma, dove la incontro un pomeriggio di fine giugno prima che partecipi al festival Letterature.

“È uno spettacolo che va in scena ogni giorno”, dice. “Le leggi americane permettono a tutti di assistervi, chi le ha scritte vuole che questa parte sia di dominio pubblico. Tuttavia, dopo che il verdetto è pronunciato, accade qualcosa di segno opposto. Le persone condannate sono risucchiate in un sistema che le fa svanire, rendendole invisibili”. Quel sistema è il carcere, dove oggi nel mondo sono rinchiuse più di dieci milioni di persone, un quinto delle quali proprio negli Stati Uniti. “Volevo capire cosa succede a tutte queste persone una volta che sono state fatte sparire”.

Il risultato è il romanzo Mars room, che segue le vicende di Romy Hall, un’ex spogliarellista condannata all’ergastolo per aver ucciso un uomo; di Doc, un poliziotto assassino; di Gordon Hauser, un ricercatore che è finito a insegnare nel carcere femminile di Stanville, in California; e di una serie di altre donne e uomini che hanno una cosa in comune, secondo Kushner, e cioè l’essere “degli esclusi, parte di quella moltitudine di esclusi dal capitalismo di cui parla anche Marx”.

Il libro è stato pubblicato da Scribner negli Stati Uniti l’anno scorso e da Einaudi in Italia quest’anno, ed è stato accolto con entusiasmo dal New York Times, dalla romanziera Margaret Atwood, dal New Yorker, dallo scrittore George Saunders. Kushner, 51 anni, nata a Eugene, Oregon, ci ha messo cinque anni per scriverlo, leggendo e rileggendo Dostoevskij, sant’Agostino, Cheever – il marito la definisce “una Spinoza con il rossetto”. Dopo due romanzi ambientati nella storia recente degli Stati Uniti – gli anni cinquanta a Cuba in Braci nella notte e gli anni settanta americani e italiani in I lanciafiamme – voleva scrivere un libro sul presente. “Ho scelto la California e per me parlare della California di oggi significa parlare delle sue prigioni”, dice.

Articoli e romanzi
Nello stato americano vivono quasi quaranta milioni di persone. Circa duecentomila sono dietro le sbarre. Per avere un metro di paragone: in Italia sono più di sessantamila su sessanta milioni di residenti. “Tutto questo ha conseguenze molto più grandi di quanto pensiamo”, dice. “Il carcere modifica l’ambiente, il paesaggio, il mondo del lavoro”. Questi cambiamenti sono raccontati molto bene in un lungo articolo a cui Kushner ha lavorato per due anni prima di pubblicarlo sul New York Times magazine – in italiano sul numero 1307 di Internazionale.

Dedicato all’abolizionista Ruth Wilson Gilmore, si intitola Is prisons necessary? ed è una specie di controcanto giornalistico di Mars room. Vi si legge che in California “tra il 1982 e il 2000 le autorità hanno costruito 23 nuove prigioni e la popolazione carceraria nello stato è aumentata del 500 per cento”. Tutto questo è il frutto di una storia complessa che coinvolge “gli agricoltori che hanno affittato o venduto allo stato i terreni su cui sono state costruite le prigioni; il sindacato delle guardie carcerarie; i politici dei vari stati; le amministrazioni comunali; la siccità, che ha fatto crollare il valore di terreni su cui poi sono stati edificati i penitenziari; la crisi economica”.

Come tutti gli scrittori che hanno un talento e sanno come usarlo, Kushner utilizza strumenti diversi a seconda che scriva un saggio, un articolo, un racconto o un romanzo. Quando lavora per un giornale sa di dover ricorrere a dati, ricostruzioni storiche e citazioni per rafforzare il suo lavoro. Quando è alle prese con una storia inventata, sa che deve trasformare idee e concetti in immagini, possibilmente non scontate. Eccone una che racconta uno dei luoghi dove le prigioni si sono moltiplicate: “La valle era un paesaggio brutale, piatto, meccanizzato, con una strana luce color limonata addensata dal terriccio sospeso nell’aria e da altri agenti inquinanti prodotti dai macchinari agricoli e dalle raffinerie petrolifere. Era un inferno in terra creato dall’uomo”.

Romy Hall e gli altri
In questo deserto, le prigioni sono le uniche cose che sono fiorite e cresciute. “Il problema è che più se ne costruivano”, scrive Kushner in Is prisons necessary?, “e più lo stato diventava bravo a riempirle, anche quando la criminalità era in calo”. Il risultato è che oggi negli Stati Uniti ci sono più di due milioni di detenuti. Le donne sono circa 219mila. Romy Hall, la protagonista di Mars room, è una di loro. Cresciuta a San Francisco con una madre troppo depressa per insegnarle qualsiasi cosa, ha bevuto tanto, si è drogata molto, ha smesso quando ha avuto un bambino da un tipo che l’ha lasciata quasi subito e per mantenersi è finita a fare lo spogliarello davanti ai clienti del Mars room. Uno di loro, Kurt Kennedy, se ne invaghisce a tal punto da ossessionarla, pedinarla, minacciarla. Hall lo uccide per difendersi, ma è una spogliarellista bianca e povera, e ha fracassato la testa di un uomo: per come funziona la giustizia negli Stati Uniti, il giudice non ha bisogno di molti altri elementi per condannarla all’ergastolo.

“È stato il personaggio più complicato da costruire”, spiega Kushner. “Non sono una scrittrice autobiografica, ma in questo caso è stato diverso. Anche io, come Romy, sono cresciuta a San Francisco. In città ho conosciuto un sacco di persone che poi sono finite in prigione. Alcune ci sono morte. Per me il carcere non è un pianeta misterioso. Romy è una del mio quartiere. Le strade dove lei ha passato l’adolescenza sono anche le mie strade, i suoi amici sono i miei amici”. Eppure, per riuscire a scrivere la sua storia, ha dovuto aspettare di trovare la sua voce. “Avevo bisogno di sentirne il suono, il tono, il suo modo sincopato di articolare frasi, perché tutto in lei doveva essere assolutamente credibile e plausibile”.

Ci è voluto del tempo, ma alla fine questa voce è arrivata e ha questo suono:

La Notte delle Catene cade una volta a settimana, il giovedì. Una volta a settimana per sessanta donne arriva il momento cruciale. Per alcune di quelle sessanta il momento cruciale arriva di continuo. Per loro è la prassi. Per me è arrivato una volta sola. Mi hanno svegliata alle due del mattino, incatenata e contata, Romy Leslie Hall, detenuta W314159, e messa in fila con le altre per un’intera notte di viaggio su per la valle (…) Potendo ci avrebbero sparato fino al carcere dentro una capsula spaziale. Tutto pur di risparmiare alla gente perbene lo spettacolo di una banda di donne ammanettate.

A quella di Hall, Kushner ha affiancato altre voci, così da formare una specie di orchestra carceraria. Tra le prime a essere modellata c’è stata quella di Doc. Vale la pena sentire cosa ha da dire Kushner su questo personaggio perché rivela anche alcune delle sue idee sulla letteratura: “Un giorno in un carcere ho conosciuto un ex agente della polizia che stava scontando l’ergastolo per un omicidio. Mi ha raccontato un po’ della sua vita e mi ha detto di aver commesso altri omicidi mentre era in servizio, ma che non era per quelli che era in prigione. Che fosse una menzogna o no, che i fatti fossero veri o no, ho sentito che il modo in cui me lo aveva raccontato era al cento per cento vero. Mi è entrato dentro con una forza che ho deciso di metterlo nel libro. Ma Doc è anche parte di me. Le barzellette inconcludenti che racconta girano nella mia testa da quando sono una ragazzina. Io sono Doc, sono Kurt Kennedy, io sono tutti loro”.

San Francisco
Come loro ha attraversato le strade di San Francisco: “È stata una città provinciale e un po’ oscura, ma quella di oggi è un’altra cosa. Ci sono stati dei cambiamenti traumatici”.

Uno di questi è l’arrivo delle multinazionali della tecnologia nella Bay area, che ha stravolto il mercato immobiliare della città, facendo quintuplicare il valore delle case e costringendo molti ad andarsene o a non potersi più permettere un posto dove vivere.

Il Sunset si era trasformato. Il supermercato sulla Irving era diventato una gastronomia gourmet (…) Le strade erano piene di tipi con l’aria da universitari che indossavano le felpe dei college e succhiavano bevande salutari (…) Il denaro aveva convertito tutto e io cominciai a sentire la mancanza di quei posti luridi che non offrivano ricordi felici, ma li rivolevo indietro.

La vicinanza con la Silicon valley sta rendendo San Francisco invivibile per chi non se lo può permettere. “Ne parlavo qualche giorno fa con una mia amica, che fa l’avvocata e si occupa di giustizia minorile. Questa mia amica sa cosa significa perdersi per strada, visto che ha mollato la scuola quando aveva dodici anni. ‘Ma oggi i ragazzini hanno un gran da fare’, mi ha detto, ‘molto più di noi, perché San Francisco è diventata molto più estrema’. I poveri oggi sono straordinariamente più poveri. Le ho chiesto se tra i suoi clienti ci fossero molti neri, e lei mi ha detto che lo sono tutti. Il che è paradossale, visto che in città la comunità di afroamericani è veramente piccola. Il problema oggi è che abbiamo perso la capacità di vedere queste moltitudini di esclusi, anche se sono ovunque intorno a noi”.

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Kushner dice che il libro è però solo in parte su di loro. “Non scrivo opere di finzione per creare un dibattito. L’arte per me non può essere solo un atto politico o una polemica”. Per quello, appunto, ci sarebbe il giornalismo, anche se oggi i social network sembrano sottrargli questo ruolo. “Romy Hall si fa una domanda che va oltre la politica: che fine hanno fatto tutti? È una cosa che crescendo ognuno di noi si chiede. Che fine hanno fatto le città, gli amici, le persone che hanno popolato la nostra infanzia? E poi mi piace pensare che Mars room abbia altre cose con cui ognuno si può confrontare, dal concetto di colpa a quello di pena, da quello di violenza a quello di innocenza”.

La parola “violenza” è una di quelle che torna di più in tutto il libro. “Era talmente abusata da uscirne svilita e generica eppure aveva ancora un suo potere, significava ancora qualcosa, varie cose”, scrive Kushner. “Esistevano gesti di violenza pura: picchiare a morte una persona. E forme più astratte, come negare alle persone un lavoro, case sicure, scuole adeguate”. Tra le due forme, Mars room insegna che ai sistemi giudiziari di tutto il mondo interessa solo la prima.

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