Avengers. Endgame e gli altri film del weekend

26 aprile 2019 17:26

Alla fine di Infinity war, l’ineluttabile Thanos ha polverizzato la metà degli esseri viventi dell’universo con l’intenzione di riequilibrare le cose. All’inizio di Endgame la maggior parte dei sopravvissuti a questa ecatombe random è caduta in depressione. Supereroi compresi. Dopo una mezz’oretta di film ho cominciato a deprimermi pure io, anche se nutrivo segretamente la speranza che prima o poi sarebbe successo qualcosa. Succede. Non si può dire niente (a fare spoiler con Avengers e Trono di spade si rischia seriamente la vita). Diciamo solo che, anche se le tre ore non è che volino via leggere come l’aria, non ci si annoia.


Le trovate di registi e sceneggiatori sono tante, divorano generi, sottogeneri, grandi classici ed enormi fette della nostra cultura pop con la voracità di Galactus. Alla fine dobbiamo essere contenti che gli Avengers (almeno questi Avengers) o comunque molti di loro, possano finalmente concedersi il meritato riposo. Molti forse li rimpiangeremo, di altri resterà la voglia di vederli in azione. E probabilmente saremo accontentati nel prossimo futuro. Perché magari con gli Avengers (con questi Avengers) saranno anche stati chiusi i conti, mentre per l’universo Marvel, come tutti gli universi che si rispettino, è ancora valido il concetto di infinito.


Ancora un giorno di Raúl de la Fuente e Damian Nenow è una specie di adattamento del libro di Ryszard Kapuściński sulla sua esperienza in Angola, a metà degli anni settanta, quando la guerra civile sfociò in uno scontro di carattere internazionale che coinvolse Stati Uniti, Sudafrica, Unione Sovietica e Cuba. In una parte realizzata in animazione seguiamo Kapuściński in un viaggio verso il sud dell’Angola che lo portò ad assistere in prima persona all’invasione delle truppe sudafricane. Il racconto animato è accompagnato da qualche immagine di repertorio e da interviste ai protagonisti di quella storia che sono sopravvissuti.

La traccia fondamentale del racconto rimane comunque l’esperienza che lo scrittore riuscì poi a tradurre in un grande libro, dove il reporter cede il passo al narratore. La formula ibrida non mi ha convinto fino in fondo. Il film contribuisce a uno degli scopi che si era dato lo scrittore polacco, cioè alimentare la memoria di persone che hanno combattuto e sono morte per degli ideali. Ma le parti documentarie, le interviste ai sopravvissuti (in particolare una), sembrano quasi diluire il senso del racconto di Kapuściński.


Dalla Polonia arriva anche Un’altra vita. Mug di Małgorzata Szumowska, vincitore del gran premio della giuria alla Berlinale del 2018. Jacek è un operaio edile con la passione per l’heavy metal e per andarsene in giro con la sua fidanzata. Lavora alla costruzione di una statua di Gesù Cristo che nelle intenzioni dei committenti dev’essere più grande di quella del Corcovado, a Rio de Janeiro. Dopo un incidente diventerà il primo polacco a essere sottoposto a trapianto della faccia. La sua reazione, e soprattutto quella delle persone che lo circondano, danno alla regista l’opportunità di mettere sotto la lente le contraddizioni e certi vizi della società polacca.


In Sarah & Saleem di Muayad Alayan, Sarah gestisce un bar a Gerusalemme. È frustrata perché probabilmente molto presto dovrà trasferirsi per seguire il marito militare dell’esercito israeliano. Saleem vive a Gerusalemme est ma consegna il pane in bar e ristoranti a ovest, tra cui il bar di Sarah. Attratti l’uno dall’altra si fanno una tresca, probabilmente ben consapevoli che la cosa non può diventare qualcosa di più. Eppure lo diventa. Ma non perché i due s’innamorano. Jay Weissberg su Variety scrive che nel film diventano tangibili “le tensioni fisiche e mentali che rendono impossibile ogni normale rapporto tra israeliani e palestinesi”. Forse in tutti questi anni qualche idea ce la siamo già fatta, ma non c’è niente di male in un piccolo ripasso, anche se il film non è esattamente un capolavoro.


Arcand… Quanto tempo! La caduta dell’impero americano è l’ultimo capitolo della trilogia ideale del quebeçois Denys Arcand, cominciata nel lontano 1986 con Il declino dell’impero americano e proseguita nel 2003 con Le invasioni barbariche. Pierre-Paul, fino a quel momento un cittadino modello, trova due borse piene di soldi, frutto di una rapina andata male. Cosa farà con tutti quei soldi? Quanto ci metteranno polizia e gangster a capire che i soldi li ha lui? Trattandosi di Arcand non è il caso di aspettarsi Milano calibro 9 ma più un pamphlet sul mondo contemporaneo ossessionato dal denaro. Quando uscì Il declino dell’impero americano, Maripier Morin, secondo Nathalie Simon di Le Figaro, vera rivelazione del film nei panni di una escort colta e raffinata, non era ancora nata.

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Claudia Grisanti
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