La foresta millenaria. (Jirō Taniguchi, Edizioni Oblomov)

La foresta millenaria di Jirō Taniguchi

05 marzo 2018 17:24

La mutazione nell’immobilità. Mutazioni che spesso hanno a che vedere con la rivelazione, con la meraviglia per essa. Questo è Jirō Taniguchi, maestro del manga contemplativo, scomparso nel febbraio del 2017.

Ora arriva nelle librerie La foresta millenaria (edizioni Oblomov) il suo libro postumo, tutto a colori – luminosi, vibranti – in un magnifico formato orizzontale. Purtroppo non potremo leggerne la seconda parte, ma le quasi quaranta pagine in appendice, composte da un lungo testo, disegni, bozzetti, ci forniscono la chiave di volta del progetto. “Riconosco nei disegni di Taniguchi qualcosa che vedo ogni giorno, come il balenare improvviso nel verde cupo della foresta di un ammasso di rocce chiare”, scrive Vittorio Giardino, maestro anche lui, che ha rivisitato la cosiddetta linea chiara belga (quella del padre di Tintin, Hergé, e del creatore della serie Blake & Mortimer, Edgar P. Jacobs) per un rilettura della storia moderna in chiave adulta e profonda.

Posseduto da una visione panteistica del mondo, Taniguchi sfrutta al massimo l’immobilità insita in una narrazione per immagini fisse come quella del fumetto, e rivisita la pulizia, la linearità grafica e narrativa del manga, radicalizzandoli con il fine di rileggere, se non rovesciare, il consueto dinamismo frenetico tipico del manga nella concezione orientale della stasi, della contemplazione. Quasi la riappropriazione di un’identità culturale e filosofica.

Nelle tre splendide illustrazioni a colori di Vittorio Giardino – un inno alla natura – che corredano la prefazione, i due approcci sembrano coincidere, confondersi. A proposito di Wataru, il bambino protagonista, Giardino scrive: “Attraverso il suo sguardo scopriamo il fascino misterioso della foresta, fascino avvolgente ma non rassicurante, perché c’è pure un aspetto inquietante nella natura”. Giardino parla di sguardo, ed è ovvio che qui lo sguardo puro del bambino e dell’artista si confondono, coincidono, si uniscono.

Al lettore non resta quindi che inoltrarsi nella quietudine che cela la bellezza dell’inquietudine, la tempesta nell’alito di vento appena percettibile, dietro all’apparente splendore, magnificente, di una foresta millenaria. Apparentemente immobile, immutabile, ma densa di mutazioni, quindi di rivelazioni.

Francesco Boille

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