Il Man di Nuoro continua a mettere in relazione la Sardegna con il linguaggio fotografico e dopo il progetto Isole minori, che raccoglieva gli sguardi di vari autori contemporanei sulla regione, a dicembre è stata inaugurata una mostra su Franco Pinna, fotoreporter emerso nel periodo del neorealismo e originario della Maddalena.
Nato nel 1925, dopo aver militato nella resistenza romana si cimentò nel dopoguerra prima con i documentari e poi con la fotografia. Interessato all’indagine antropologica, conobbe le periferie romane e viaggiò al fianco di Ernesto De Martino nelle sue spedizioni etnografiche in Lucania e in Salento.
Fu un fotografo di scena nell’epoca d’oro di Cinecittà, lavorando sui set di registi come Federico Fellini, che ne elogiava la calma da cowboy in un film di Sergio Leone, nonostante il frastuono delle riprese. Gli scatti di Pinna erano pubblicati regolarmente sui periodici dell’epoca, come Vie Nuove, Panorama e L’Espresso.
La mostra Sardegna a colori (aperta fino al 1 marzo) si concentra però su un corpus di foto in gran parte inedito, realizzato con pellicola a colori tra il 1953 e il 1967 e dedicato alla sua terra d’origine. Pinna voleva documentarla tenendo insieme due dimensioni, quella arcaica e quella moderna, e restituire una materia viva, il racconto di una società in trasformazione. Per farlo scelse il colore in maniera consistente, nonostante all’epoca fosse una scelta poco compresa e apprezzata rispetto al bianco e nero, decisamente preferito nel reportage. Se da una parte c’era un forte pregiudizio nei confronti del colore, dall’altra lo scetticismo dei fotografi era dato anche da questioni tecniche: negli anni cinquanta era una tecnologia ancora in evoluzione e la resa non era impeccabile; inoltre lo sviluppo e la stampa erano più costosi.
Pinna proseguì comunque sulla sua strada e nel tempo l’avere acquisito dimestichezza con gli aspetti tecnici gli consentì di apprezzare sempre di più le potenzialità espressive del colore. In un’epoca in cui il turismo e la divulgazione visiva erano limitati, le sue immagini rivelavano la Sardegna agli italiani con un linguaggio moderno, lontano dall’astrazione formale monocromatica. Come scrive nel catalogo il curatore Paolo Pisanelli, “i colori esplodono negli abiti e nelle bardature dei cavalli come se la luce li dipingesse sulle sue pellicole diapositive, ma è una festa quasi irreale per chi è abituato alle sensazioni astratte del bianco e nero”.
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