Ho Chi Minh City, Vietnam (Maika Elan, Bloomberg/Getty Images)

Durante il 2020 e nella prima metà del 2021 il Vietnam è stato sostanzialmente risparmiato dal covid-19. La sua produzione manifatturiera, in particolare quella fatta per conto dei colossi tecnologici, è rimasta intatta. Ma alla fine di maggio del 2021, scrive Rest of World, anche nel paese asiatico i contagi hanno cominciato a salire, spingendo il governo a introdurre pesanti restrizioni. “Le aziende tecnologiche, già in difficoltà a causa della crisi delle forniture, non potevano permettersi uno stop alla produzione. Così hanno deciso di far funzionare gli impianti a ogni costo, aumentando i salari e assicurando l’accesso ai vaccini, ma anche confinando gli operai nelle fabbriche”. I lavoratori di uno stabilimento della Samsung nella provincia di Bac Ninh, nel nord del paese, sono stati messi di fronte a questa scelta: restare a casa senza lavoro oppure trasferirsi in uno spazio allestito dall’azienda sudcoreana all’interno della fabbrica, ottenendo anche un extra in busta paga. Alla fine centinaia di operai si sono ritrovati in un ambiente dove ogni confine tra il luogo di lavoro e lo spazio privato era stato cancellato. Centinaia di persone dormivano sui materassi sistemati in un magazzino e si muovevano tra la catena di montaggio e la mensa aziendale. Il caso della Samsung è frutto di una scelta del governo vietnamita, che ha garantito agli investitori la continuità della produzione. “Ma la scelta è costata molto ai lavoratori, costretti a subire un periodo d’isolamento fisico e psicologico e di grande fatica”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 116. Compra questo numero | Abbonati