AP/Lapresse

La scomparsa dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu ( nella foto, un suo ritratto ), morto il 26 dicembre a Città del Capo all’età di 90 anni, ha riacceso il dibattito sul processo di riconciliazione e lo stato della democrazia nel Sudafrica di oggi, scrive il New York Times. Tutu è stato uno dei leader nella lotta contro l’apartheid, e nel 1984 ricevette il premio Nobel per la pace. Dopo la fine del regime segregazionista, l’arcivescovo ebbe un ruolo di primo piano nella difficile transizione verso la democrazia guidando la Commissione per la verità e la riconciliazione, un tribunale speciale di giustizia riparativa. Ma il lavoro svolto allora ha mostrato dei limiti e “nei suoi ultimi anni di vita Tutu ha criticato il processo che aveva guidato, denunciando il governo dell’African national congress per non aver perseguito le persone a cui era stata negata l’amnistia e per non aver risolto le gravi disuguaglianze economiche”. Il 4 gennaio il presidente Cyril Ramaphosa ha ricevuto la prima parte di un rapporto di una commissione indipendente sulla corruzione ai più alti vertici del suo partito. In Sudafrica Tutu è ricordato anche per il suo impegno a favore dei malati di aids e delle persone lgbt, e contro il cambiamento climatico. “Ha spinto la chiesa anglicana ad approvare i matrimoni omosessuali e ad aprire al sacerdozio femminile”, ricorda Carlos Amato su New Frame.

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 27. Compra questo numero | Abbonati