Un’operazione militare durata una decina di giorni a Moura, nel centro del Mali. Duecento jihadisti uccisi e altri cinquanta feriti. Centinaia di moto sequestrate e distrutte. Grandi quantità di armi e munizioni recuperate. Questo bilancio eloquente va ad aggiungersi a un elenco di successi registrati ultimamente dalle forze armate del Mali, stando a quanto hanno dichiarato i vertici militari il 2 aprile. Di questa affermazione dell’esercito dovrebbe rallegrarsi il popolo maliano, preso alla gola dai terroristi che imperversano nella zona del Sahel.

In realtà queste cifre sono contestate da diverse ong, tra cui Amnesty international. L’organizzazione parla di un numero di civili uccisi compreso tra 150 e 500, un bilancio basato sulle testimonianze raccolte nei luoghi dei massacri. Amnesty denuncia “le violenze commesse dall’esercito maliano e dai mercenari del gruppo Wagner”, sottolineando che non ci sono stati combattimenti, ma una serie di attacchi aerei durante il giorno della fiera del bestiame. I mercanti sarebbero stati poi costretti a scavare delle fosse per seppellire o bruciare i corpi delle vittime di un assedio in piena regola.

La versione di Amnesty international è in parte confermata dalla missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma), che ha parlato anche di violenze contro i civili.

Versioni contrastanti

Chi sono i morti di Moura? Quanti sono davvero? Le risposte a queste domande non serviranno a riportarli in vita, ma forniranno la prova, nel caso i fatti fossero accertati, che l’esercito maliano ha rivolto le armi contro i suoi cittadini invece di proteggerli, in particolare dal Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim).

Da sapere
L’episodio peggiore

◆ Il 5 aprile l’ong Human rights watch (Hrw) ha definito il massacro di Moura la “peggiore atrocità nel decennale conflitto in Mali”. Secondo Hrw, dal 27 marzo le forze armate e i mercenari della compagnia russa Wagner hanno ucciso trecento civili perché sospettati di collaborare con i miliziani estremisti islamici. Molte vittime erano peul, una comunità nomade dedita alla pastorizia all’interno della quale i jihadisti hanno reclutato molti combattenti.


Non sono le prime accuse di violenze contro i civili commesse dalle forze armate locali. Non è neanche la prima volta che le cifre fornite dall’esercito sono contraddette dalla realtà dei fatti. All’inizio di marzo, dopo un attacco jihadista contro una base militare a Mondoro, sono stati pubblicati due bilanci contrastanti. L’esercito parlava di 27 soldati morti, 33 feriti e altri sette dispersi, vantandosi però di aver ucciso settanta jihadisti, compresi alcuni capi. Successivamente i miliziani del Gsim hanno rivendicato il sanguinoso attacco, affermando di aver ucciso una trentina di soldati e di aver messo le mani su nove veicoli dell’esercito e su grandi quantità di armi pesanti. Hanno inoltre detto di aver perso quattro miliziani, contro i settanta dichiarati dall’esercito maliano. Anche in quel caso è nata una discussione sulle cifre che ha mostrato fino a quale punto in Mali infuria la propaganda, con l’obiettivo di esaltare a tutti i costi successi militari inesistenti o di poco conto.

La questione diventa ancora più preoccupante quando a fare le spese della violenza – e degli abusi delle forze di sicurezza e dei loro alleati della compagnia di sicurezza privata russa Wagner – sono popolazioni civili in cerca di protezione. Intanto continuano ad arrivare le condanne, anche dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, per il dramma di Moura, su cui si chiede l’apertura di un’inchiesta internazionale indipendente. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1455 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati