Nel commovente Foresta fantasma, Pik-Shuen Fung adotta un approccio corale alla storia della famiglia della sua protagonista senza nome, dopo la lunga malattia e la morte del padre, in gran parte assente. La famiglia della giovane donna è emigrata a Vancouver negli anni novanta, ma suo padre è rimasto a Hong Kong per tenere il suo lavoro di produttore, e va a trovare gli altri solo sporadicamente. “Famiglia di astronauti”, spiega lei. “È un termine inventato dai mezzi d’informazione di Hong Kong. Una famiglia con un padre astronauta, che vola qui, vola là”. La narratrice impara presto a cercare il padre nelle tracce che lui lascia dietro di sé, come nell’odore del suo pigiama, dimenticato in Canada dopo un breve soggiorno. Fung intervalla la narrazione della figlia con le voci in prima persona della madre e della nonna, con una linea temporale che salta dal presente al passato, collegata da una sorta di logica del sogno. Brevi capitoli si spostano dalla Cina al Canada, agli Stati Uniti, con molte fermate intermedie, trasportando generazioni attraverso il globo e lasciandone molte indietro. La protagonista è un’artista, e la sua fascinazione per la pittura tradizionale cinese a mano libera xieyi si riflette nella forma del romanzo. “Con una sola linea puoi dipingere l’oceano”, dice il suo maestro. In linee altrettanto sobrie, Foresta fantasma racconta un padre nei minimi dettagli, anche se oscurato dalla distanza sia fisica sia emotiva.
Naomi Skwarna, The New York Times

Questo articolo è uscito sul numero 1457 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati