Con il 62 per cento di no il popolo cileno ha bocciato in modo inequivocabile la nuova costituzione redatta per sostituire quella adottata durante la dittatura di Augusto Pinochet. È un duro colpo per il presidente Gabriel Boric, che sperava di usare la nuova carta come base per le riforme che ha promesso.

Ma la democrazia cilena esce rafforzata dal voto. Il rifiuto della costituzione è stato deciso dalla maggioranza dei cittadini e dev’essere rispettato, come ha fatto Boric in modo lodevole. È attraverso un percorso democratico che si è manifestato il desiderio di cambiamento, prima nelle strade, con la rivolta sociale del 2019, e poi alle urne, quando quasi l’80 per cento dei votanti ha approvato l’inizio dei lavori per una nuova costituzione. Così come la democrazia ha permesso di incanalare il malcontento, ha anche consentito al popolo di dire “no” a una carta politica che non riflette la portata e il carattere del cambiamento che desidera. È chiaro che il Cile vuole un cambiamento, ma alcune delle proposte sono state ritenute troppo radicali. La definizione di stato plurinazionale, l’abolizione del senato, l’introduzione del diritto all’aborto e in generale il ruolo dello stato nella fornitura di beni e servizi e nella tutela dei diritti, così come sono stati proposti, hanno suscitato più incertezza che fiducia.

Per Boric, che ha promesso di riprovarci, il compito si annuncia difficile, vista la polarizzazione del paese e l’enorme distanza tra le forze politiche. Prima di tutto bisognerà definire il percorso del processo costituente – attraverso il parlamento o una nuova assemblea costituente – e poi trovare un consenso minimo tra tutte le componenti della società per costruire insieme una definizione di trasformazione che soddisfi tutti. Per questo sarà necessario abbandonare le posizioni massimaliste del “tutto o niente”. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1477 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati