Olga Ravn (Lærke Posselt)

Dal misterioso monolite di 2001. Odissea nello spazio all’astronave impossibile di Arrival, uno dei temi preferiti della fantascienza è il manufatto alieno che sfida la comprensione umana. Il romanzo insolito e brillante dell’autrice danese Olga Ravn è un’epopea fantascientifica in miniatura, che adotta un approccio prosaico ai nostri sogni di trascendenza extraterrestre. “Non è difficile pulirli”, dice un componente dell’equipaggio a proposito degli strani oggetti trovati sul lontano pianeta New Discovery, ora ospitati nell’astronave in orbita. “Di solito uso una piccola spazzola”. I dipendenti non è solo una space opera di sconcertante quotidianità; è anche un’audace satira del linguaggio aziendale e del lavoro tardo-capitalista, e un’indagine su cosa significhi essere umani. Il libro prende la forma di una serie di dichiarazioni rilasciate dall’equipaggio a una commissione burocratica che indaga sugli effetti degli strani oggetti: non su cosa potrebbero essere o rivelare, ma su come potrebbero “accelerare la riduzione o il miglioramento delle prestazioni, la comprensione del compito e l’acquisizione di nuove conoscenze e abilità”. Il romanzo è saturo fin dall’inizio di incertezza ontologica; l’equipaggio è composto sia da umani sia da umanoidi, ma non sempre si capisce dalle loro dichiarazioni quali siano gli uni e quali gli altri. Potrebbe essere solo una questione di burocrazia. “Sono umano? Nei vostri documenti c’è scritto cosa sono?”, chiede un componente dell’equipaggio. In mezzo al gergo aziendale, il romanzo è percorso da desideri, sogni, lirici frammenti di memoria di una Terra perduta da tempo. Nonostante l’ambientazione asettica e la prosa spesso fredda, I dipendenti è un libro profondamente sensoriale, soffuso di aromi e attento alla tattilità. La materialità degli oggetti spinge l’equipaggio a desiderare di metterli in bocca, per scoprire dove finiscono i limiti dell’io, come i bambini che imparano a conoscere il mondo. È sorprendente quanto Ravn riesca a fare in poche pagine: riflette sul transumanesimo, illumina la logica onirica delle vite interiori, contrappone gli impulsi artistici e religiosi al riduzionismo anti-umano del gergo aziendale. E fa tutto questo mantenendo un’aura di mistero e un tono delicatamente elegiaco. Justine Jordan, The Guardian

Questo articolo è uscito sul numero 1489 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati