Con l’arresto del boss mafioso Matteo Messina Denaro, l’Italia ha neutralizzato l’ultimo simbolo di un periodo terribile che ha raggiunto l’apice negli anni ottanta e novanta. In quella fase la mafia mise alle corde lo stato italiano sia con le sue attività impunite sia con l’assassinio di figure di spicco nella lotta all’organizzazione. L’arresto di Messina Denaro è sicuramente una vittoria nella lotta alla criminalità organizzata, ma allo stesso tempo solleva importanti interrogativi su come l’ultimo grande capo della mafia siciliana abbia potuto rimanere in libertà per trent’anni, dirigendo una struttura criminale che è ancora molto lontana dall’essere sradicata.

Erede di altri due capi dell’organizzazione, Salvatore “Totò” Riina e Bernardo Provenzano, arrestati rispettivamente nel 1993 e nel 2006, Messina Denaro rappresenta un’epoca di potere quasi onnipotente e di terrore, in cui omicidi, sparatorie e attentati erano all’ordine del giorno.

È vero che dopo gli arresti di Riina e Provenzano l’organizzazione ha optato per un profilo più basso, ma non ha per questo rinunciato alle sue attività illegali, continuando a influenzare il tessuto industriale e politico italiano con tangenti, ricatti o minacce. E così è stato per i quasi trent’anni in cui Messina Denaro – che nel 2002 era stato condannato all’ergastolo in contumacia per cinquanta omicidi, alcuni dei quali commessi di persona e altri commissionati – è sempre riuscito a sfuggire a ogni operazione di polizia, a volte all’ultimo momento.

Anche se la decapitazione della mafia è un’ottima notizia, le autorità italiane hanno ancora molta strada da fare per estirpare un male che estende i suoi rami oltre i confini nazionali, e hanno bisogno di tutta la cooperazione internazionale possibile. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1495 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati