Zadie Smith (David Levenson, Getty)

Zadie Smith è così brava da far sembrare plausibile qualsiasi cosa, ma gli elementi più scandalosi del suo nuovo romanzo, L’impostore, sono veri. Negli anni sessanta dell’ottocento un macellaio dal passato oscuro affermò di essere sir Roger Tichborne, il figlio dato per morto di lady Tichborne ed erede di una vasta fortuna. Le prove contro il macellaio sembravano schiaccianti: non ricordava i suoi presunti compagni di scuola, non ricordava gli aspetti fondamentali dell’educazione di un gentiluomo e non sapeva nemmeno parlare il francese, la prima lingua di Tichborne. Questo scandalo avrebbe potuto alimentare L’impostore dall’inizio alla fine. Smith, tuttavia, tiene sullo sfondo i processi del cosiddetto pretendente di Tichborne. Al centro della storia troviamo Eliza Touchet, un’altra figura riscattata dai margini della storia. Giovane vedova dalle risorse limitate, Eliza si trasferì a vivere dal cugino per ricoprire l’ambiguo ruolo di padrona di casa e governante. Per diversi anni, godette – o sopportò – una posizione curiosa nella scena letteraria londinese perché suo cugino era William Harrison Ainsworth, che oggi è ricordato come un triste esempio della natura effimera del successo. E L’impostore suggerisce il motivo: era uno scrittore straordinariamente noioso. Nel romanzo di Smith, Ainsworth è un tipo simpatico e allegro. Ma Eliza teme che sia troppo generoso, quasi volontariamente ignaro delle umiliazioni che subisce per mano di Charles Dickens, dell’illustratore George Cruik­shank e di altri nemici. Nei rari momenti in cui Ainsworth confessa di essere in preda a un’ansia paralizzante per il suo talento, spetta a Eliza convincere il cugino che non è, in realtà, un impostore. Eliza coltiva un interesse obliquo ma intenso per il caso di Tichborne che domina le notizie di Londra. La sua attenzione è rivolta in particolare a Andrew Bogle, un ex schiavo giamaicano che insiste, in un rigoroso controinterrogatorio, sul fatto che il macellaio è sicuramente l’uomo che un tempo conosceva come Roger Tichborne. In quanto abolizionista, Eliza è certa che Bogle sia sincero ma in qualche modo si sbagli. In definitiva, Eliza desidera una “teoria della verità”, ma se l’avessimo non avremmo bisogno di romanzi.
Ron Charles, The Washington Post

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Questo articolo è uscito sul numero 1534 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati