Vedo palazzi cadere come fulmini racconta le vite di un gruppo di amici d’infanzia provenienti da una città britannica che ricorda Birmingham. Rian si è trasferito a Londra ed è diventato ricco quasi per caso, giocando online in borsa; gli altri invece sono rimasti dove sono cresciuti, e Rian continua a frequentarli, ritrovandosi con loro in un pub più per nostalgia e per abitudine che per altro. Un tempo Rian dormiva a casa di Patrick, fattorino perennemente sfinito, e della sua compagna Shiv, che resta a casa a crescere le loro figlie; di recente però ha preferito fermarsi in albergo, una scelta che lo mette leggermente a disagio. Al pub si uniscono anche Conor, impegnato nello sviluppo di un nuovo progetto immobiliare, e Oli, assunto in un cantiere edile locale ma decisamente più coinvolto nell’attività di spacciatore di droga. Ognuno di loro lavora duramente a modo suo, partendo dal presupposto che solo così si possa in qualche modo trascendere le proprie origini. Ed è questa mentalità a rivelarsi distruttiva. È per questo che la salute di Patrick si deteriora; che Oli fatica a liberarsi di una dipendenza latente dall’eroina; che Conor beve con la stessa intensità con cui lavora. “Quando eravamo ragazzi, e facevamo i gradassi l’uno davanti all’altro”, riflette Patrick, “dicevamo di essere bevitori, non parlatori. Ma non lo intendevamo davvero. In fondo avevamo fame di parole, solo che ci vergognavamo”.
Christiana Spens, Prospect

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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati