Il conflitto scoppiato lo scorso fine settimana con l’attacco di Israele e Stati Uniti al regime di Teheran, al quale è immediatamente seguita la risposta iraniana contro diversi paesi della regione, chiama in causa anche il continente africano spingendo i vari paesi a prendere posizione. “Alcuni governi hanno condannato apertamente l’Iran. Altri hanno messo in guardia dall’interventismo occidentale. Parecchi scelgono con cura le loro parole per non contrariare nessuno”, riassume Sheriff Bojang Jnr sul sito The Africa Report.
“In Africa orientale molti governi hanno condannato l’Iran, senza dire nulla sul ruolo che hanno avuto Stati Uniti e Israele nell’innescare il conflitto. Le autorità della repubblica autoproclamata del Somaliland hanno denunciato i bombardamenti contro i paesi del golfo Persico, definendoli ‘aggressioni non provocate’”, scrive la rivista. La posizione del Somaliland non sorprende visti i buoni rapporti che intrattiene con gli Emirati Arabi Uniti, che hanno fatto grandi investimenti nel porto di Berbera. Allo stesso tempo, vale la pena ricordare che Israele è stato il primo stato a riconoscere la sovranità della repubblica autoproclamata, una mossa duramente contestata dal governo della Somalia, che non vuole rinunciare a una parte del suo territorio.
In ogni caso anche Mogadiscio ha condannato gli attacchi iraniani contro i paesi del Golfo, esprimendo la sua solidarietà all’Arabia Saudita, al Qatar, al Kuwait, alla Giordania, al Bahrein e all’Oman, tralasciando volutamente gli Emirati, accusati di aver agito da facilitatori nel riconoscimento israeliano del Somaliland.
“Più a sud, in Kenya, il presidente William Ruto ha denunciato fermamente i bombardamenti nei paesi del Golfo, avvertendo che la regionalizzazione del conflitto minaccia la pace e la sicurezza a livello internazionale”, continua The Africa Report, notando che Nairobi mantiene buoni legami diplomatici con Israele e i paesi del Golfo, e che molti governi non vogliono scontentare gli Stati Uniti.
Ad assumere tutt’altra posizione sono stati il Sudafrica e il Senegal. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha espresso profonda preoccupazione per l’escalation e ha sottolineato che l’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite consente l’autodifesa solo dopo aver subìto un attacco armato. “L’autodifesa preventiva non è consentita dal diritto internazionale”, ha fatto sapere il governo di Pretoria, criticando implicitamente Stati Uniti e Israele. Il 4 marzo Ramaphosa si è anche offerto di fare da mediatore nel conflitto, anche se sappiamo che non gode di particolare credito presso l’amministrazione statunitense.
A Dakar il primo ministro Ousmane Sonko ha denunciato il disprezzo del diritto internazionale dimostrato da Tel Aviv e Washington: “Siamo in una situazione dove un paese può arrogarsi il diritto di rapire presidenti, può decidere di colpire altri paesi, di uccidere i loro leader. […] È una questione estremamente grave che compromette l’intero equilibrio mondiale costruito negli ultimi cinquant’anni”.
Nel resto dell’Africa occidentale prevale la cautela. Il ministero degli esteri della Nigeria ha chiesto “la massima moderazione” e il rigoroso rispetto del diritto internazionale, senza criticare apertamente nessuna delle parti. Abuja collabora strettamente con i partner occidentali in materia di sicurezza, mantiene rapporti commerciali con gli stati del Golfo e gestisce un panorama interno caratterizzato da un’ampia diversità religiosa.
Migliaia di musulmani sciiti nigeriani sono scesi in piazza per dimostrare solidarietà all’Iran. Le manifestazioni hanno spinto l’ambasciata degli Stati Uniti in Nigeria a lanciare un allarme sicurezza il 3 marzo nella capitale Abuja, ricorda Nosmot Gbadamosi, che cura la newsletter di Foreign Policy dedicata all’Africa.
Le proteste sono state in gran parte pacifiche ma, secondo gli esperti, con il prolungarsi del conflitto il personale militare e gli interessi statunitensi in Nigeria potrebbero diventare l’obiettivo di gruppi che simpatizzano con l’Iran. In un contesto di aumento della violenza jihadista, la nuova guerra potrebbe diventare anche uno strumento per la propaganda dei gruppi estremisti islamici che mirano a reclutare nuove forze.
Secondo Gbadamosi, gli occhi sono puntati in particolare sul Sahel, “dove l’Iran è diventato un partner nella lotta contro i gruppi jihadisti di alcuni paesi guidati da giunte militari, come Burkina Faso, Mali e Niger. Il nuovo conflitto rischia di distogliere l’attenzione dei paesi occidentali da questa regione, dove gli Stati Uniti hanno recentemente ricominciato a sostenere la lotta al terrorismo, e spingere Teheran a ridurre il flusso di armamenti a quei governi per garantire la propria sopravvivenza. Questo potrebbe portare a un aumento della violenza jihadista e costringere i paesi del Sahel a rivolgersi alla Russia o alla Turchia per ottenere droni o altro materiale bellico”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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