Per 35 anni la scrittrice di origine australiana Geraldine Brooks è stata sposata con il reporter e scrittore Tony Horwitz. Entrambi avevano vinto il Pulitzer e, dopo varie avventure come corrispondenti esteri, si erano stabiliti in una casa meravigliosamente sgangherata a Martha’s Vineyard. Horwitz aveva appena comprato due camicie di lino prima di un tour promozionale per il suo libro del 2019, Spying on the south, quando crollò su un marciapiede di Washington. Fu dichiarato morto a sessant’anni, per quello che si sarebbe rivelato un attacco di miocardite, nello stesso ospedale dov’era nato. Ti ritrovo nel silenzio è il resoconto di come Brooks ha elaborato non solo il lutto ma anche tutti i disguidi burocratici che crudelmente accompagnano una simile perdita. Senza Horwitz i limiti di credito di Brooks si riducono e l’assicurazione sanitaria viene cancellata. Recuperando un suo messaggio che si era persa sulla donazione degli organi, immagina le cornee inutilizzate del marito come “uno sfrigolio di umidità che evapora in una frazione di secondo nel crematorio”. La narrazione oscilla tra Martha’s Vineyard e Flinders Island, in Australia, il paese natale di Brooks. Colpita dal dolore, l’autrice si avvolge nelle parole come se fossero coperte: le sue, quelle di lui e quelle degli altri. Citando i numerosi tributi di scrittori stimati del loro giro, immagina la reazione del marito: “Vedo i suoi segnacci di penna: taglia. Autocelebrazione”. Alexandra Jacobs, The New York Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati