Mentre gli Stati Uniti e la Russia sono distratti, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan vuole approfittare della guerra in Ucraina per perseguire la sua ossessione: cancellare qualsiasi possibilità che i curdi possano avere una terra da considerare loro. La richiesta di adesione alla Nato presentata da Svezia e Finlandia è diventata l’ultimo pretesto usato da Erdoğan per fare la voce grossa, sottolineando il sostegno dei due paesi alla causa curda, e per prendere nuovamente di mira la Siria.

Criticato in Turchia per la sua politica delle “porte aperte” ai profughi siriani, Erdoğan ha prima ventilato l’ipotesi di riportarne gran parte nel loro paese, poi ha annunciato una grande operazione militare contro le milizie curde in Siria. L’idea è osteggiata dagli Stati Uniti, alleati dei curdi nella lotta contro il gruppo Stato islamico, e dalla Russia, che sostiene il governo siriano. L’incursione turca destabilizzerebbe ulteriormente la regione, ravvivando il conflitto e innescando una nuova ondata di profughi.

La guerra in Siria dura da 11 anni, quella in Ucraina da 100 giorni. In nessuno dei due casi sembra vicina una soluzione diplomatica o militare. Resta da capire cosa accadrà al conflitto siriano dopo l’operazione militare turca, che non ha alcun fondamento nel diritto internazionale e non è autorizzata dalle Nazioni Unite. La Turchia entra in questa partita da sola, puntando sulla sua posizione ambigua per rivendicare uno status di potenza regionale che vuole contare nelle grandi decisioni. Non è un’operazione difensiva, ma una mossa strategica. Quale sarà il prezzo che la Turchia esigerà per l’allargamento della Nato? ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati